Ne avevamo parlato già ieri, sia in uno speciale presente sul sito, sia invece nella consueta live del giovedì. Dietro la misurazione molto bassa dell’inflazione CPI degli USA ci sono state delle anomalie. Anomalie che sono figlie del periodo di shutdown, durante il quale non si sono raccolti dati. Si è andati avanti con interpolazioni forse troppo ottimistiche, e almeno secondo un membro del board di Federal Reserve, i dati dovrebbero essere presi con le pinze. I mercati però, almeno per il momento, sembrerebbero essere decisi a godersela comunque.
Sarà un problema l’errore? A quanto ammonta? Che tipo di situazione c’è davvero in termini di prezzi negli States? Siamo davvero ancora inguaiati come il mese precedente?
Jefferson: probabilmente errore nell’ordine di decimo di punto percentuale
Sul tema ha parlato Philip Jefferson, che è ritenuto essere molto vicino a Jerome Powell. Il commento del membro del board di Fed è arrivato in realtà dopo che in tanti, tra gli analisti privati, avevano rumoreggiato. Cos’è successo? Andiamo con ordine.
Sono arrivati dati sull’inflazione al 2,7%, dello 0,3% più bassi rispetto alle previsioni, che davano l’inflazione al 3,0%. Un errore macroscopico, difficilmente accettabile per analisti di banche d’affari che hanno comunque una montagna di dati sui quali basano le proprie decisioni.
In tanti, tra i suddetti analisti, hanno sottolineato però delle irregolarità nel computo dell’inflazione da parte del bureau federale che se ne occupa. In assenza di dati per i mesi dello shutdown, il bureau che si occupa di emettere tali dati, li ha interpolati, con metodi che non sono piaciuti a tutti. E dunque è venuto fuori un numero verosimilmente più basso delle attese.
- Non dovrebbe essere un grosso problema
I mercati hanno bellamente ignorato la notizia, non curandosi del fatto che l’inflazione potrebbe essere più alta di quanto riportato. Buon segno. C’è forse volontà anche di lasciarsi alle spalle certe tensioni che i mercati avevano ampiamente esagerato.
Da gennaio dati più certi
I dati di gennaio saranno comunque più affidabili. Non ci sarà da interpolare nulla e ne sapremo di più di come sia andata effettivamente l’inflazione.
E sarà quel numero a essere probabilmente decisivo per la riunione del FOMC della fine del mese prossimo. Una riunione che per ora non dovrebbe essere quella dove decideranno altri tagli.
Per ora, perché oltre ai dati sull’inflazione ci saranno tanti dati che arriveranno dal mondo del lavoro USA e che potrebbero imprimere una svolta.
In Europa fine del ciclo di tagli?
Sembrerebbe di sì. Anche Lagarde, all’interno di un intervento più ampio, ha quasi confermato di essere con i tassi dove è ragionevole rimanere più a lungo.
Sono per il momento però da rispedire al mittente certe dichiarazioni, di Schnabel in particolare, che ha indicato come prossima mossa il rialzo dei tassi nell’area euro.
È posizionamento da parte di un membro del board che è il più hawkish di tutto il consesso. Ed è partendo da questo assunto che si devono considerare le sue parole.
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