Crediamo tutti che avere più dati e proiezioni equivalga a maggiore trasparenza. Basandosi su questo mantra, il mondo della finanza (istituzionale e non) si è trasformato in una cascata di dati a ciclo continuo. Ogni giorno arrivano proiezioni, dot plot, trimestrali, anticipazioni dei guadagni futuri. I risultati che nessuno aveva previsto sono due: il primo è che i dati sono così tanti che nessuno può ragionevolmente tenerne conto. Il secondo invece è che i mercati reagiscono troppo spesso a dati parziali, di breve periodo, aumentando le difficoltà delle imprese quotate.
Qualcuno sembrerebbe essersene accorto. SEC, la Consob americana, sarebbe in procinto di chiedere la rimozione dell’obbligo di report trimestrali, almeno secondo quanto riporta The Wall Street Journal. Si passerebbe a un regime di report semestrali, lasciando maggiore spazio per la gestione finanziaria, degli investimenti e anche dei ritorni alle società quotate. Non è però soltanto questo il fulcro delle polemiche degli ultimi giorni. Tra poche ore conosceremo i dot plot tracciati da Federal Reserve, altro dato abbondante che costringe il FOMC a esprimersi su qualcosa di incerto, causando il più delle volte inutili scossoni sui mercati.
Sapere meno, sapere meglio
I due eventi di cui sopra potrebbero anche apparire come scollegati. In aggiunta, soltanto sul primo ci sono già delle prese di posizione nette. Donald Trump aveva infatti insistito più volte chiedendo la rimozione dell’obbligo di report trimestrali da parte delle società quotate. Un obbligo che è certamente trasparenza, ma che è diventato anche un evento per innescare la massima volatilità dei mercati.
D’altronde – anche se forse pochi lo sanno – l’obbligo di trimestrali. In Italia ad esempio non c’è, e gli obblighi di legge si limitano a due report annuali. Bene, gli USA vorrebbero arrivare ad un regime simile, ripetendo così quello che l’Italia ha fatto nel 2016.
Il secondo degli elementi riguarda il fiume di previsioni che Fed consegna ai mercati ogni tre mesi. Dentro ci sono previsioni sulla crescita, sull’inflazione, e anche le proiezioni sui tassi di interesse per i due anni successivi. Sono dati il più delle volte fotografia del presente e per nulla anticipatori del futuro, che però finiscono per avere un enorme impatto sui mercati, almeno sul breve periodo. Anche se in questo caso mancano tentativi di abolizione ufficiali, di polemiche che ne sono a iosa, soprattutto da chi ritiene che il dato sia utile soltanto per fare news trading, esacerbando la volatilità sui mercati.
I paladini della trasparenza
Il divieto di obbligo di report trimestrali non è un colpo alla trasparenza, come vorrebbe far passare qualcuno. Le aziende prendono decisioni di respiro temporale più ampio e comunque potranno decidere in autonomia, nel caso, se pubblicare o meno report ogni tre mesi.
Che l’obbligo ogni circa 90 giorni abbia portato a degli effetti collaterali e indesiderati è d’altronde ovvio – ed è qualcosa di cui i più avveduti si lamentano da tempo. I board e i CEO sono costretti a prendere decisioni che non abbiano impatto eccessivamente negativo nei 90 giorni, così da limitare anche opportunità di medio e lungo periodo.
SEC, sotto la rinnovata guida di Paul Atkins, potrebbe scrivere la parola fine. E una volta tanto gli USA finirebbero per seguire l’Italia.
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