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METAVERSE UP

80 miliardi bruciati nei crypto universi virtuali. Mark Zuckerberg però aveva ragione su altro

Tutti deridono Mark Zuckerberg per la sua scelta improvvida sui metaversi. Ma nessuno ricorda perché fu quella la scelta rispetto ad altre più intelligenti.
METAVERSE UP

La notizia di questa settimana è la chiusura, da parte di Meta, del suo metaverse. Capita. Le grandi aziende testano nuovi prodotti e idee, talvolta (come in questo caso) con grande convinzione. Una convinzione che ha lasciato nelle casse di Meta un buco da circa 80 miliardi di dollari. Chi vi scrive non è un grande fan di Mark Zuckerberg e non lo è mai stato. Tuttavia, ritengo che prenderlo in giro per il flop metaverse sia ingeneroso. E questo perché nello stesso periodo Mark Zuckerberg aveva cercato anche altri incroci con le tendenze del mondo crypto. E non se ne fece più nulla per l’ostilità di politici e regolatori.

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Oltre a essere il fesso che ha speso 80 miliardi di dollari per un metaverso che non ha mai utilizzato nessuno, Mark Zuckerberg è anche l’imprenditore che ci aveva visto lungo sulle stablecoin. Tant’è che il gruppo Meta – almeno questo si vocifera – tornerà nel settore. Tornerà, perché ci aveva già provato quasi dieci anni fa con Libra/Diem, salvo poi dover tirare i remi in barca per ostilità politiche importanti.

C’era una volta il metaverso

Deridere le idee che non hanno funzionato è proprio di chi, comodo in poltrona, non avendo motivi di sentirsi migliore degli altri non aspetta che il loro fallimento. Il mondo della gente che fa (e che il mondo lo cambia), è invece fatto di innumerevoli tentativi, pochi dei quali diventano concreti e dei quali ancora meno diventano prodotti. È il caso dei servizi di Meta, di Google, del vostro produttore di auto preferito e anche della marca di pasta della quale non potete fare a meno.

Con il metaverso di Meta è andata così. Idea cringe, ma molto popolare ai tempi, che si incrociava con una tendenza parallela nel mondo crypto, dove nacquero mondi virtuali a dozzine, con costi dei terreni e degli immobili che sfidavano quelli del mondo reale. Un’ubriacatura collettiva, alla quale non è riuscita a sottrarsi neanche Meta, che ci ha rimesso la bellezza di 80 miliardi di dollari.

Questa però è soltanto una parte della storia di Meta degli ultimi anni. C’è un’altra parte che ora tutti fanno finta di aver dimenticato.

In primo luogo perché Mark Zuckerberg aveva ragione da vendere.

In secondo luogo perché tale idea non si concretizzò perché le corti, le cancellerie e i parlamenti di tutto il mondo stavano per farsi venire un coccolone. E il potente, piuttosto che farsi venire un coccolone, preferisce minacciarti. E nel caso in cui la minaccia non dovesse essere sufficiente, schiacciarti.

Quest’altra parte è quella di Libra/Diem, ovvero una stablecoin, una sorta di criptovaluta legata nel valore alle valute che siamo abituati a utilizzare tutti i giorni. Ora sembra facile giudicarne positivamente l’utilità. Ai tempi di Libra/Diem non lo era, dato che non c’erano ancora Paolo Ardoino che entrava e usciva dalla Casa Bianca come se fosse casa sua. Non c’erano ancora integrazioni con le principali borse mondiali. Non c’erano ancora leggi che ne garantissero – nelle piazze finanziarie più importanti del mondo – l’utilizzabilità.

I grandi imprenditori – e sapeste quanto mi costa inserire Zuckerberg in questa categoria – ci vedono lungo. E spesso provano a rompere le regole. O a occupare spazi dove le regole non ci sono. Talvolta funziona. Altre volte, quando tale spazio riguarda il denaro, si subisce in silenzio la reazione feroce del potere pubblico.

Le reazioni di allora: l’euro digitale, ma non solo

Sappiamo per testimonianze dirette – chiunque dei presenti a quelle riunioni può tentare di smentirci – che l’annuncio di Libra/Diem destò preoccupazioni importanti. Le corti europee non erano così preoccupate, in verità, da quando Kara Mustafa Pascià cinse d’assedio (per l’ultima volta nella storia ottomana) Vienna.

La reazione fu più o meno la stessa: minacciare prima e reprimere poi. Tant’è che Mark Zuckerberg preferì desistere, perché anche sull’altra sponda dell’Atlantico non è che l’avessero accolto con applausi scroscianti.

In Europa però vivremo ancora le conseguenze di questo tentativo di Mark Zuckerberg. Lo ricorderanno in pochi, ma l’euro digitale si trasformò da sogno in progetto proprio per contrastare l’arrivo dei barbari della Silicon Valley. Lo avrete dimenticato perché ora Pietro Cipollone et al. lo spacciano come risposta a Visa e Mastercard, ma è nel contesto di Libra/Diem che nacque.

Ora però, con condizioni politiche di molto cambiate negli USA, ci riproverà. Non ci rimetterà, come nel caso del metaverso, 80 miliardi di dollari e confermerà al mondo poltronista e dei telavevodetto-ers, che ogni tanto una buona idea ce l’ha anche lui. E che talvolta, se le buone idee muoiono, è perché il regolatore invece di regolare preferisce occupare. E guai a chi gli tocchi l’orto.

P.S: a quanto pare Meta non dismetterà la pur mutilata divisione della realtà virtuale e dei metaverse. Almeno stando a quanto ha scritto su Instagram il CTO Andrew Bosworth.

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