NYSE ha comunicato ufficialmente l’esistenza dell’ETF di Morgan Stanley su Bitcoin, passaggio che avviene in genere a poco dal lancio. Potrebbe essere domani, giovedì 26 marzo, il grande giorno per il primo ETF di Morgan Stanley su Bitcoin, che sarà anche il primo emesso e gestito da una grande banca USA. Fino a oggi i prodotti di questo tipo sono stati tutti lanciati da società specializzate nella gestione di fondi.
Morgan Stanley potrà inoltre contare su un’ampia rete di promotori finanziari, gli stessi che iniziando a collocare ETF degli altri gestori hanno confermato l’esistenza di quella domanda che ha poi spinto Morgan Stanley a lanciare un suo prodotto. Di commissioni da incamerare ce ne sono – nonostante il dominio di BlackRock. E ci sono anche altre attività che MS trova interessanti e che ha illustrato proprio in queste ultime ore.
Un ETF Spot
Partiamo dalle basi: sarà un ETF Spot in tutto e per tutto simile a quelli già presenti sul mercato USA. Avrà in cassa Bitcoin, che acquisterà o con i dollari degli AP oppure che riceverà dagli stessi in cambio di nuove quote.
Il prodotto sarà scambiato in quote presso il New York Stock Exchange – per il momento non avrà opzioni, che dovrebbero però arrivare nelle prossime settimane.
Fino al raggiungimento di 5 miliardi di dollari di AUM il fondo non farà pagare commissioni annuali. Fin qui, nulla di eclatante.
L’esercito dei 16.000 financial advisor
Morgan Stanley può contare sulla più imponente rete di financial advisor a livello bancario degli Stati Uniti. Il gruppo dichiara di averne circa 16.000, che a breve potranno iniziare a proporre questo ETF.
Gli advisor non dovranno partire da zero: da fine 2025 sono infatti autorizzati a proporre già ETF Bitcoin, per quanto tra quelli della concorrenza (BlackRock, principalmente).
Morgan Stanley inoltre può contare su capitali in gestione di circa 9.300 miliardi al 2025. Una parte, per quanto minima, potrebbe finire nell’ETF su Bitcoin.
La concorrenza
Morgan Stanley entra in un mercato già occupato da almeno due grandi player. BlackRock ha in cassa oltre 54 miliardi di dollari in Bitcoin, Fidelity ha poco meno di 13 miliardi di dollari. Grayscale, con i suoi due ETF, poco più di 14 miliardi, anche se era già partita con importanti donazione, avendo convertito in ETF un fondo pre-esistente.
| Ticker | Emittente | Net Assets | Fee |
|---|---|---|---|
| IBIT | BlackRock | $54,64B | 0,25% |
| FBTC | Fidelity | $12,97B | 0,00% |
| GBTC | Grayscale | $10,75B | 1,50% |
| BTC | Grayscale | $3,59B | 0,15% |
| BITB | Bitwise | $2,66B | 0,20% |
| ARKB | Ark & 21Shares | $2,45B | 0,21% |
| HODL | VanEck | $1,18B | 0,25% |
| BTCO | Invesco | $465,3M | 0,25% |
| EZBC | Franklin | $437,7M | 0,19% |
| BRRR | Valkyrie | $437,7M | 0,25% |
| BTCW | WisdomTree | $150,2M | 0,25% |
| DEFI | Hashdex | $9,4M | 0,90% |
Il mercato, in termini di inflow – ovvero di afflussi di capitale – ha rallentato visibilmente, cosa che porta a chiedersi cosa abbia spinto Morgan Stanley a entrare nel mercato con così tanto ritardo. Ci sono delle risposte.
Da Bitcoin all’ETF, se ne hai tanti
Sarà noto a chi ci segue da tempo e meno noto a chi invece non lo fa. Gli ETF possono creare quote, su richiesta degli AP (dei market maker con i superpoteri) in due modi:
- Possono ricevere dagli AP dollari, con i quali acquistano Bitcoin, per poi restituire quote;
- Possono ricevere dagli AP anche Bitcoin, in cambio di quote.
La seconda modalità, per altri tipi di ETF, è molto comune. Per gli ETF Bitcoin è anche utile a vecchi investitori che hanno grosse somme a disposizione, che possono sfruttare un canale molto interessante.
Contattano un market maker o un AP. Comunicano l’intenzione di voler scambiare Bitcoin per quote degli ETF. Ricevono in cambio quote.
Perché fare una cosa del genere?
- È vantaggiosa fiscalmente
- Si hanno asset che possono essere impegnati in banca o comunque utilizzati come asset che vengono conteggiati come patrimonio
- La custodia è inclusa, a costi relativamente contenuti.
Lo hanno fatto già in tanti con BlackRock che, pur reticente a parlare dei fatti dei propri clienti, ha confermato afflussi per circa 3 miliardi di dollari con queste modalità.
Qualcuno sui social fa lo shockato, non può credere che i suoi beniamini, che hanno costruito fortune aizzando le folle a hodlare e fare autocustodia, si siano poi venduti al capitale.
La verità – almeno dall’angolo del vostro GG, che vi scrive – è che ognuno fa quel che preferisce, senza che debba alcunché a chi si è autodichiarato pontefice della religione di Bitcoin. Perché poi è qui che la storia si prende gioco dei pasdaran da social: in tanti, di quei possessori di Bitcoin passati al nemico – sono gli stessi che sono oggetto di un culto della personalità degno della Corea del Nord.
Pazienza se qualcuno accuserà questa testata di fare informazione tossica. Non siamo un giornale di partito, non siamo il libriccino di una setta, ma un giornale che prova, numeri e dati alla mano, a raccontare la verità.
E no, non siamo neanche un gruppo di sostegno per bitcoiner che si sentono traditi.
Quanto si può credere a Morgan Stanley?
Morgan Stanley dice la verità quando afferma che si aspettano domanda di quote da chi ha già Bitcoin e li verserà? Non è importante. Parleranno i numeri e vedremo se Morgan Stanley venderà o meno tante quote degli ETF.
Come ama(va?)no ripetere i bitcoiner, Bitcoin is math – e lo sono anche gli ETF. È una buona cosa investire in ETF invece che su Bitcoin? Dipende.
Dipende dalle proprie necessità, dal gruppo di persone di cui si vuole fare parte (non nego che di motivi per frequentare certi fondaci ce ne sono sempre meno, se non fosse per la bontà di Bitcoin come strumento di libertà) e dipende anche per chi ha già fatto milioni o miliardi dai rapporti con il fisco.
Gli ETF espongono soltanto al prezzo di Bitcoin e non sono Bitcoin. Per qualcuno però ci sono convenienze che – non essendo noi una setta religiosa – eviteremo di esprimere giudizi.
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