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Il sogno di Japanese Content Token sembra già finito

Ieri abbiamo raccontato la storia curiosa di Japanese Content Token, diventato noto nelle ultime 48 ore con l’acronimo JCT. Questa criptovaluta, sconosciuta ai più, aveva fatto registrare un aumento di capitalizzazione da quasi 100 milioni di dollari in poche ore a cavallo tra il 6 ed il 7 maggio; da 4 centesimi di dollaro americano di controvalore, questo aveva portato JCT a superare per un momento addirittura i 40 centesimi; Un aumento di oltre il 1.000% che non sembrava minimamente supportato da alcuna notizia importante a riguardo del progetto.

Fin dall’inizio la community delle criptovalute si è interpellata sulle cause di tale rialzo, cercando di capire se fosse successo qualcosa di particolarmente rilevante. Eppure niente. Nemmeno JaCKET, l’azienda a capo del progetto, ha provato ad abbozzare qualche tipo di spiegazione. I rialzi sono stati inizialmente generati da poche transazioni estremamente corpose passate attraverso degli exchange non regolamentati, dopodiché si sono consolidate per via degli speculatori a caccia di affari.

Un rimbalzo importante

Dopo questo breve momento di grande gloria, oggi Japanese Content Token ritorna ad un valore di 0,17 dollari per token e pare proprio che le vendite non si fermeranno qui. La capitalizzazione, arrivata al suo apice oltre i 100 milioni di dollari, era diventata tale da piazzare JCT tra le 70 criptovalute più capitalizzate in assoluto; oggi il notevole rimbalzo riporta la moneta virtuale in 88esima posizione, ma la maggior parte degli analisti concorda sul fatto che la presenza nella top 100 sarà altrettanto transitoria.

Decine di milioni di dollari si sono spostate in un lampo: prima Japanese Content Token era giusto un nome tra i tanti, poi è diventato il simbolo dei rialzi impossibili del mondo delle crypto, poi di nuovo un crollo. Quasi il 50% della capitalizzazione è andata in fumo l’8 maggio, con tantissimi speculatori che hanno visto i loro investimenti seguire lo stesso destino. Non si tratta comunque né di sfortuna né di fato, ma di movimenti speculativi che purtroppo sono diventati ormai frequenti nell’economia decentralizzata.

Perché queste montagne russe?

Chi è abituato ai mercati finanziari tradizionali fa difficoltà a comprendere cosa succeda in questi casi al valore delle criptovalute. Nelle Borse tradizionali ci sono dei regolamenti che impediscono di fare i cosiddetti pump and dump: questa tecnica consiste nel gonfiare il prezzo con acquisti estremamente importanti per fare abboccare gli speculatori, che acquistano a loro volta, gonfiando ulteriormente il prezzo; quando la bolla speculativa tocca il suo apice, i fautori della mossa iniziale vendono la loro posizione ad un prezzo maggiore di quello di acquisto incassando ingenti profitti.

Tutti gli indizi portano a pensare che sia proprio quello che è successo con Japanese Content Token. Le crypto whales, ovvero tutte quelle aziende del settore che dispongono di enormi capitali in forma di valute digitali, possono spostare fiumi di denaro da un momento all’altro su qualsiasi asset; non esiste un regolatore che possa impedire questa pratica, che finisce inevitabilmente per funzionare. Il primo rialzo del 700% è stato seguito da un’ondata di piccoli investitori che hanno tentato il “colpaccio”, dopodiché i capitali iniziali sono svaniti con la chiusura delle posizioni dei manipolatori del prezzo e chi ha investito sull’onda del primo rialzo ha visto dimezzare il valore della sua posizione.

Info su Alessandro Calvo

Web editor dall'età di 16, non manca occasione di cavalcare i trend dell'innovazione. Nella vita studia Economia e, privatamente, approfondisce i meccanismi blockchain in cui crede molto.

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