L’annuncio dei dazi sui paesi che si stanno opponendo alla conquista della Groenlandia da parte degli USA sono ancora incerti, ma hanno già prodotto degli effetti sul mercato non indifferenti. Tutte le borse europee sono infatti in calo, con perdite più o meno omogeneamente distribuite. Bene anche oro e argento, con Bitcoin che fallisce di nuovo a concretizzare il suo aspetto di eventuale bene rifugio.
Per capire certi tipi di reazioni, dovremo anche capire cos’è un asset risk off e di certe difficoltà di inquadrare Bitcoin nell’una o nell’altra categoria. Come sempre dati alla mano e come sempre non inventandoci correlazioni che altrove piacciono tanto e che da queste parti invece non troveranno mai albergo. Questo almeno fino a quando non ci saranno dei numeri capaci di sostenere certe analisi.
Che cos’è un asset risk off
Partiamo dal principio, senza alcuna intenzione di trasformare questa breve trattazione in una noiosa lezione.
- Quando ci sono eventi che generano ansia e incertezza sul futuro, i mercati cercano asset risk off, ovvero gli asset che sono ritenuti buoni mentre c’è meno appetito per il rischio;
- L’appetito per il rischio c’è quando il morale è buono e quando si è senza grossi pensieri per il futuro di breve, medio o anche lungo periodo;
- È una narrativa che si auto-alimenta: siccome tutti comprano asset risk off quando ci sono eventi risk off, allora gli asset risk off sono asset risk off.
Mi si perdonerà il gioco di parole ultimo, ma il tema è quello dell’allucinazione collettiva. L’oro, per fisico o peggio per contratto che sia, non ha alcun potere di breve di proteggerci dagli eventi pericolosi, se non quello che gli deriva dalla convinzione che tutti hanno nei suoi poteri benefici.
Bitcoin è un asset risk off?
No. Ha tutte le caratteristiche per esserlo e chi lo assimila all’oro per caratteristiche ha ragione da vendere. Tuttavia gli manca evidentemente l’aspetto più importante dell’oro, ovvero la convinzione che:
- Sia utile acquistarlo quando ci sono rischi maggiori sui mercati.
Non è una questione tecnica, non è una questione di caratteristiche fisiche dell’oro. È una condizione condivisa, difficile da traslare su altri asset e per questo potentissima.
Il comportamento di Bitcoin nel corso di questo weekend però ci spiega anche altro. L’annuncio dei dazi è arrivato venerdì a borse chiuse, e abbiamo avuto 2 giorni di mercati classici chiusi.
Cos’è successo durante i “mercati chiusi”?
Bitcoin è stato fondamentalmente stabile, tra i 95.000$ e i 95.400$. Nei weekend oltre ad esserci volumi meno sostanziosi, abbiamo anche una prevalenza di trader che non sono dei mercati tradizionali ma storicamente più vicini al mondo crypto.

Alla riapertura delle piazze asiatiche, abbiamo invece avuto una potente correzione, che ha portato Bitcoin in quota 92.600$ in pochi minuti di trading, segnalando dunque la volontà di scarico in una fase che si faceva più preoccupante.
È un po’ lo stesso che è accaduto ai principali indici azionari che oggi erano aperti per gli scambi (gli USA sono stati chiusi per il Martin Luther King Day), in un giorno di (quasi) rara corrispondenza tra TradFi azionaria e mercato crypto.

Tutto è perduto?
Su questa idea torneremo più avanti, nel caso in cui dovessero esserci conferme di queste tendenze. La verità è che sembra che mentre i crypto appassionati abbiano già individuato in Bitcoin una sorta di asset che non vale la pena granché scaricare durante le fasi risk off, evidentemente non è così per i trader che hanno alle spalle tanti investimenti nel mondo dei mercati classici.
Cambierà? Potrebbe. Lo farà a breve? Difficile. È necessariamente un problema? Non è detto. Perché in realtà al netto di colpi di tosse di breve dovuti al particolare stile comunicativo di Trump, non sembra che i mercati abbiano alcuna intenzione di tornarsene nella proverbiale Goblin Town, la città sotterranea delle quotazioni basse e dove domina un sentiment assai depresso.
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