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Gruppo da 6.000 miliardi entra nel mondo stablecoin. Nasce un nuovo dollaro su Ethereum

Fidelity sbarca nel mondo stablecoin, lanciando la sfida ai gruppi crypto "puri".

Era prevedibile. L’arrivo di leggi chiare sulle stablecoin negli USA (e le loro riserve) avrebbe creato qualche grattacapo ai player puri crypto già nel settore e avrebbe spalancato le porte ai grandi gruppi finanziari. Tra i primi a presentarsi sul mercato con un prodotto finito c’è Fidelity, grande gestore di fondi e di investimenti, che tra le altre cose ha anche prodotti su Bitcoin e Ethereum quotati a New York. Il gruppo ha appena annunciato il lancio di FIDD, che sarà una stablecoin con riserva ancorata al dollaro. Girerà in principio su rete Ethereum e non è chiaro per il momento se e quando sarà disponibile anche su altri network.

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Comincia così una guerra commerciale che vedrà combattere ognuno per conto proprio, tra vecchi gestori come Tether (che ieri ha lanciato USAT proprio per il mercato USA) e Circle e i nuovi arrivati, che cercheranno di puntare su un’infrastruttura già avviata e – soprattutto – su una maggiore presenza nei posti che contano in termini di finanza tradizionale.

FIDD: tutti i dettagli

La nuova stablecoin si chiamerà FIDD (acronimo per Fidelity Digital Dollar) e sarà disponibile già a inizio febbraio.

Sarà una stablecoin con riserva e che dunque avrà in cassa titoli a breve termine (debito USA a meno di 90 giorni), repo e cash.

Utilizzerà almeno in principio soltanto la rete Ethereum, che rimane il network di elezione per quanto riguarda sia il mondo stablecoin, sia invece il mondo della DeFi, sia per volumi, sia per presenza di Dapp rilevanti.

  • Disponibile anche sugli exchange

Nonostante il campo da gioco favorito di Fidelity sia quello della finanza tradizionale, in realtà il token sarà disponibile anche presso i principali exchange che sono abilitati ad operare negli Stati Uniti.

Perché la corsa alle stablecoin?

Perché in questo contesto di mercato rendono molto. I gestori incamerano infatti al 100% i rendimenti delle riserve, che valgono anche sui titoli a breve circa il 3,5% annuo. Una fonte importante di incassi, da rivalutare però una volta che i rendimenti dei bond USA saranno andati (eventualmente) giù.

Per le banche e i gestori di fondi come Fidelity potrebbe non essere un problema. Discorso però sensibilmente diverso per gestori come Tether o Circle, che stanno cercando entrambi, su binari diversi, di sganciarsi un po’ da questa unica linea di business.

Ne arriveranno delle altre

Complice l’approvazione del Genius Act, che offre un framework legale chiaro a chi vuole gestire questo tipo di prodotti negli Stati Uniti, ci aspettiamo che arrivino degli altri gestori della risma di Fidelity, con diversi dei grandi gruppi – anche bancari – che stanno testando soluzioni da offrire al pubblico.

Quanti ne potremo vedere ragionevolmente? In realtà tanti, dato che per emittenti come Fidelity non è neanche troppo importante che ottengano dei lauti introiti dall’emissione e della gestione di questi prodotti. Si tratta infatti di essere presenti in un settore dal quale l’esclusione sarebbe costosissima, in termini di futuro della propria azienda.

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