Lo scenario di marzo è dominato dal conflitto in Iran e dalle ricadute sul prezzo del petrolio. L’operazione congiunta USA-Israele ha destabilizzato lo Stretto di Hormuz e fatto schizzare il Brent sopra i 108 dollari al barile. Nel contesto le crypto hanno fatto qualcosa di inaspettato rispetto agli ultimi mesi, con rialzi diffusi che forse in pochi si aspettavano.
Crypto al rialzo con oro e azionari in calo
A marzo la maggior parte dei token è ancora in positivo seppur in ritracciamento, con Bitcoin che segna +2,90% ed Ethereum un +6%, a fronte di ribassi generalizzati sugli indici azionari. L’S&P 500 su base mensile è in calo del -4,8%, il Nasdaq tiene meglio e si limita a -3,2%.

Persino l’oro sta crollando del 12,82% ed è sceso fino a quota 4.574 dollari, con otto sedute consecutive al ribasso. Una guerra nel cuore del Medio Oriente avrebbe dovuto spingere l’oro alle stelle, e invece il metallo ha ceduto terreno mentre le crypto hanno ripreso a salire.
Perché l’oro scende durante una guerra
La spiegazione sta nei rendimenti obbligazionari. Lo shock petrolifero alimenta aspettative di inflazione più alta, riducendo le probabilità di tagli dei tassi. L’oro, che non paga cedole, perde attrattiva quando i rendimenti reali salgono.
Il Treasury a 10 anni (US10Y) è risalito al 4,38%, il 2 anni al 3,91%, il 30 anni sfiora il 5%. In Europa lo stesso copione, con il Bund tedesco che ha toccato il 3,05%, l’OAT francese il 3,77%, il BTP italiano il 3,96%. Il mercato obbligazionario sta già stringendo le condizioni finanziarie indipendentemente da quello che decidono le banche centrali. Il mercato dei bond ha una sua vita e spesso dà la direzione di quello che succederà.
L’elefante nella stanza

Il tema di cui si parla ancora poco è l’esplosione del debito pubblico americano, arrivato a 39 trilioni di dollari. Su tutto cresce la possibilità che la prossima mossa sui tassi non sia al ribasso. Un segnale che è rimasto dietro le quinte rispetto alle parole soft nella conferenza stampa di Powell a commento della riunione della Fed.
La Fed ha mantenuto i tassi al 3,50-3,75%, però il dot plot indica un solo taglio nel 2026 contro i due previsti in precedenza. Powell ha ammesso che le aspettative di inflazione sono salite per colpa del petrolio e ha definito la situazione un equilibrio precario tra rischi sul lavoro e rischi sull’inflazione.
Cosa ci dice la storia di Bitcoin in scenari simili

La storia del comportamento di Bitcoin ci mostra un pattern ricorrente. Nel 2020 la Fed tagliò i tassi a zero e BTC esplose da 5.000 a oltre 60.000$. Liquidità a rubinetto aperto, asset di rischio in bull market. Nel 2022 avvenne il contrario. I rendimenti schizzarono dal 1,5% al 4,5% e BTC crollò da 60.000 a 16.000$. Correlazione diretta tra politica monetaria e prezzo, senza ambiguità
Tuttavia oggi il quadro è più complesso. L’indicatore di correlazione rolling, misura mese per mese, quanto il prezzo di BTC tende a muoversi nella stessa direzione dei rendimenti obbligazionari.

Nel grafico, la linea rossa (BTC×US02Y) segna -0,58. Quando il rendimento dei bond USA a breve sale, BTC scende. La linea verde (BTC×Spread 10-2Y) dà +0,73, ci dice che finché i titoli a lunga scadenza rendono più di quelli a breve, BTC trova sostegno. Oggi entrambe le forze sono in gioco. I rendimenti a breve salgono e spingono BTC al ribasso, però lo spread resta positivo e lo sostiene. Il vero rischio non è il conflitto ma un ritorno dello spread (10 – 2Y) verso zero, segnale che storicamente anticipa una recessione.

Nel grafico seguente si può osservare la crescita dei rendimenti dei Titoli di Stato USA da inizio anno, dove spicca il +12,43% del 2 anni (US02Y). Il rendimento a 2 anni cresce più del 10 e del 30 anni da inizio 2026: un comportamento anomalo che segnala aspettative di inflazione persistente.
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