Tutti guardano al prezzo di Bitcoin, che però non è il numero più importante di questa settimana. Il network ha infatti ridotto la difficulty del 7,8%, il che vuol dire che ci sono meno macchine a cercare di produrre blocchi. È un calo anomalo, almeno rispetto al trend in costante crescita degli ultimi mesi e degli ultimi anni. È un segnale di ritirata da parte dei miner industriali? È colpa della guerra? Cosa sta succedendo? E infine, è ora di preoccuparsi?
È uno dei meccanismi forse meno conosciuti dagli investitori, ma che dimostrano come in Bitcoin nulla o quasi sia stato lasciato al caso. E prima di fasciarci la testa, sarà forse il caso di ragionare in modo più approfondito su ciò che questa riduzione significa.
La difficulty di Bitcoin
Il network di Bitcoin punta ad avere – per tutta una serie di ragioni alle quali dedicheremo presto uno speciale – la produzione di un blocco ogni 10 minuti. Non è semplice, perché il numero e la potenza di calcolo delle macchine destinate al mining Bitcoin può aumentare o diminuire grandemente anche in un arco temporale ridotto.
Possono esserci problemi legati ai costi dell’energia, o ancora maltempo che impedisce a certi siti industriali di lavorare, oppure a causa del prezzo fare mining in un determinato contesto può diventare non conveniente.
Dall’altro lato possono esserci acquisti di nuove macchine, più performanti e efficienti, e possono esserci anche maggiori convenienze a utilizzare macchine meno efficienti perché il prezzo di Bitcoin le rende comunque economicamente sfruttabili.
Per evitare che i tempi medi di produzione di un blocco si accorcino o si allunghino significativamente, Bitcoin aggiorna la difficoltà di produzione di un blocco ogni circa due settimane. Se il tempo di produzione di un blocco è stato in media superiore ai 10 minuti, la difficoltà viene abbassata. In caso contrario, viene alzata.
L’ultimo turno ha visto la difficulty – così la chiamano in gergo tecnico – ridursi di circa il 7,8%. Segnale che in molti meno hanno fatto mining, senza che ci siano però delle ragioni specifiche e univoche.
Costi, prezzo e AI?
C’è la possibilità sul breve periodo di una convergenza di diversi fattori: dai costi in alcune parti del mondo che sono stati condizionati dalla guerra in Iran, fino a aggiornamenti delle attività che hanno spinto alcuni miner a puntare di più sull’AI che sullo stesso mining Bitcoin.
Probabilmente sarà più chiaro quando arriveranno le comunicazioni obbligatorie da parte di certi miner quotati. Per ora l’unico dato che si ha è che il network di Bitcoin ha perso poco meno dell’8% della potenza di calcolo che gli era destinata.
Il momento non è lineare: l’hashrate stimato ha avuto un calo interno a fine gennaio, dovuto in parte all’ondata di maltempo che ha colpito gli Stati Uniti – poi seguito dal recupero e da un andamento altalenante, sul quale ha probabilmente inciso anche il prezzo.
Vedremo se a breve anche questo inciampo verrà superato. Oppure se dovremo abituarci nelle prossime settimane a un mining in ritirata, complice appunto anche l’enorme attrattiva dell’AI.
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