Mostrami l’incentivo e ti mostrerò l’esito. Il compianto Charlie Munger, braccio destro di Warren Buffett, aveva ragione da vendere. È una massima sempre valida, in qualunque contesto e anche quando si parla di questioni tecniche nel mondo crypto. Il caso della settimana è il paper di Google che parla di minaccia imminente dai quantum computer per Bitcoin. Un paper con una scelta – se mi sarà permesso – bizzarra di alternative e che si aggiunge a pressioni per il cambiamento in Bitcoin che circolano ormai da tempo.
Per farla breve: ci sono degli incentivi importanti a rappresentare la minaccia quantum in modo più importante di quanto lo sia davvero. La buona notizia è che nei prossimi anni non accadrà nulla di brutto a Bitcoin. La cattiva notizia è che ciclicamente questa storia continuerà ad ammorbarci.
Cosa sta succedendo davvero?
Google ha pubblicato un paper dove analizza gli ultimi progressi dei quantum computer. Perché interessano Bitcoin. Perché le chiavi private utilizzate da Bitcoin potrebbero essere ricavate da quelle pubbliche, con computer quantistici sufficientemente evoluti.
Per chi non dovesse masticare Bitcoin sul piano tecnico: alcuni indirizzi – vecchi e inutilizzati – potrebbero vedersi sottrarre i Bitcoin che custodiscono. È un problema? Potenzialmente sì, ma molto inferiore per proporzioni rispetto a come lo si racconta sui giornali.

Secondo una parte degli analisti, gli sviluppatori di Bitcoin avrebbero preso la questione sotto gamba e non starebbero facendo abbastanza per garantire a Bitcoin sicurezza in futuro.
La soluzione tecnica non è banale: si dovrà convergere su decisioni all’interno di un processo di consenso complicato e storicamente conservatore rispetto alle novità: ai bitcoiner (per tanti ottimi motivi) non piace cambiare.
Con queste premesse, e aggiungendo la progressione dei quantum computer, il risultato non può che essere il disastro, almeno secondo chi continua a insistere sulla vicenda. Le cose però non stanno esattamente così. Non solo perché parliamo ancora di computer che esistono soltanto nei romanzi di fantascienza, ma anche perché in realtà si sta facendo qualcosa e in caso di pericolo quasi imminente si potrà accelerare.
Perché allora tutti ne parlano?
Perché ci sono degli incentivi a farlo, di diverso tipo.
- Società che si occupano di quantum computer
Sono tante, includono diverse delle big dell’informatica statunitense (e non solo) e hanno bisogno di raccogliere fondi, sia internamente sia da investitori esterni. Quando si devono raccogliere fondi, l’incentivo è a sovrarappresentare la realtà. Bisogna affermare che si è a un passo da una scoperta incredibile, che si è lì lì per cambiare il mondo.
Volete un esempio? Cercate le dichiarazioni pubbliche di Dario Amodei, Anthropic, società che si occupa di modelli AI. Sono mesi che racconta che siamo ad un passo dal sostituire completamente chi si occupa di sviluppo software. Ogni mese siamo a tre o sei mesi da questo incredibile sviluppo. La cosa, almeno fino a oggi, non si è verificata. E pare che non si verificherà mai, dato che la stessa Anthropic continua a impiegare ingegneri del software.
- Detrattori di Bitcoin
Bitcoin è stato, anche nella sua storia recente, bersaglio di critiche non sempre fondate. Indimenticabile la campagna di Greenpeace contro i consumi energetici di Bitcoin, pagata anche da protocolli che sognano di essere concorrenti, e che avrebbe voluto trasformare Bitcoin in un protocollo proof of stake. Ce ne sono state tante altre, e tante altre ne arriveranno.
È chiaro che ci si debba occupare di una minaccia, è meno chiaro il perché lo si debba fare in risposta ad ogni moda tecnologica del momento.
- Investitori in società che si occupano di quantum computer
Tra i più rumorosi sostenitori del Fate Presto troviamo anche investitori e gestori di fondi che operano nel settore quantum. Vale il discorso fatto al primo punto: c’è interesse economico a ingigantire la questione. Non è detto che la questione non esista, ma… vedi citazione di Charlie Munger in apertura di questo approfondimento.
- Protocolli “alternativi”
Ci sono diversi protocolli che si spacciano, dalla notte dei tempi, come alternativi a Bitcoin, dove alternativi significa in versione riveduta e corretta. Sono gli stessi protocolli che in passato cercavano di vendersi parlando di maggiore velocità, maggiore economicità oppure ancora maggiore sostenibilità ambientale.
Dato che sono protocolli il cui sviluppo è deciso da un manipolo di sconosciuti – e che tendenzialmente non interessano a nessuno – ora hanno buon gioco nel cavalcare la questione quantum. “Noi saremo pronti presto”, così da cercare di superare Bitcoin di nuovo, almeno nelle loro teste.
Chi sono? Basta farvi un giro sui social.
Una tecnologia per rompere il grosso della crittografia che conosciamo e utilizziamo?
In chiusura, un’altra previsione. Se mai dovessimo arrivare a quantum computer in grado di rompere la crittografia utilizzata non solo da Bitcoin, ma anche per le vostre comunicazioni, i vostri conti in banca e tutto il resto, chi vi scrive è pressoché certo dell’intervento degli Stati Uniti (o dell’altra potenza che ci arriverà prima).
Non per bloccare tale tecnologia, ma per renderla un vantaggio nei confronti dei paesi ritenuti nemici. Probabilmente prima che quel giorno arriverà, sentiremo parlare sempre meno delle evoluzioni dei quantum computer. E allora forse sarà il momento di preoccuparsi.
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