Secondo quanto è stato riportato da The Washington Post, che a sua volta cita una ricerca di TRM Labs – due exchange crypto registrati nel Regno Unito avrebbero permesso al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica di aggirare le sanzioni e muovere circa 1 miliardo di dollari in crypto. Parliamo del più importante gruppo militare in forza all’Iran, sottoposto a sanzioni pervasive che ne proibiscono l’accesso ai canali finanziari globali.
Un modo dunque di aggirare sanzioni che impediscono anche di muovere denaro attraverso i classici circuiti bancari. Nella ricerca pubblicata da The Washington Post si parla anche di necessità di trasferimenti verso altri gruppi sanzionati – come gli Houthi dello Yemen e Hezbollah in Libano, senza che però tali legami e trasferimenti siano stati dimostrati.
Non solo crypto
Prima di analizzare cosa è stato scoperto, è bene ricordare che l’Iran, così come altre entità statali, utilizza una complessa rete di società fittizie per accedere ai circuiti di pagamento e di trasferimento tradizionali. È lo stesso che avviene ad esempio per mano del Venezuela e di diverse delle sue entità.
Le criptovalute sono dunque arrivate come strumento aggiuntivo da integrare a strategie già piuttosto articolate e spesso più difficili da smantellare.
Exchange nel Regno Unito
All’interno del report di TRM vengono citati due semi-sconosciuti exchange che avrebbero legami diretti con l’Iran, ovvero Zedcex e Zedxion, con sede nel Regno Unito e che avrebbero però dei legami diretti con Babak Zanjani – che da tempo opera su diversi canali finanziari proprio per permettere all’Iran di spostare, quando necessario, denaro.
Alcuni dei trasferimenti segnalati da TRM Labs avrebbero avuto come destinatarie entità yemenite sottoposte a sanzioni OFAC dirette.
Apparentemente legittimi
Nonostante la quasi totalità dei volumi fosse riconducibile a entità iraniane, i due exchange di cui sopra si sono sempre presentati presso il pubblico come exchange regolari e aperti al pubblico, cosa che è appunto avvenuta.
Ci sarebbe stato inoltre un crescendo a partire dal 2024. Prima di quella data i trasferimenti verso uno di questi exchange, Zedcex, erano stati minimi, per poi scalare verso i 620 milioni di dollari per il solo 2024, totalizzando circa l’87% di tutte le transazioni registrate dall’exchange o dai wallet che sappiamo essere di sua proprietà.
Entrambi gli exchange sembrerebbero, anche dalla documentazione della camera di commercio del Regno Unito, riconducibili appunto a Babak Zanjani, già attivo da anni in attività che permettono all’Iran di aggirare le sanzioni.
La Turchia al centro
Parte dei trasferimenti avrebbero ricevuto appoggio anche da entità basate in Turchia, paese del quale si è tornati a parlare anche in ambito crypto e sanzioni di recente, con sospetti che riguardano certi traffici di oro vs crypto che partivano dal Venezuela per finire a Istanbul.
Tra le entità citate dalla ricerca di TRM Labs c’è tal Zedpay, che sarebbe legata a Vepara (fintech sospesa proprio per il coinvolgimento nell’aggiramento delle sanzioni) e la banca islamica Vakif Katilim – banca controllata in termini di quote dalla Repubblica Turca.
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Articolo interessante, ma va chiarito un punto chiave: non è la “crypto” il problema, bensì intermediari opachi e strutture ibride che usano anche la blockchain come ultimo livello di trasferimento. Se non fosse stata on-chain, questa rete non sarebbe nemmeno emersa. La tracciabilità è ciò che permette oggi di scoprire questi flussi. Il rischio non è la tecnologia, ma chi opera ai margini della regolamentazione. Distinguere è fondamentale, soprattutto in una fase geopolitica così delicata.