Sono i mercati l’unica speranza per la pace? La tesi che sosterremo in questo approfondimento suonerà come bizzarra, ma è nondimeno vera. Quando i potenti della terra pensano di agire senza limite alcuno, sono i mercati, che poi siamo noi, a lanciare un messaggio che è più potente (e più difficile da ignorare) di quello elettorale. I mercati forzano certe scelte – o almeno spingono al ripensamento.
Un tempo erano i bond vigilante – gli investitori in debito che intervengono ogniqualvolta un governo si prende troppe libertà in termini di spesa pubblica e decisioni economiche. Ora sono i trader del petrolio – e le vibranti proteste degli automobilisti per una benzina che sfiora i 2€. Quella massa informe di soggetti che indichiamo come mercati – e ai quali sbagliando attribuiamo una sorta di intelligenza collettiva, è una forza più positiva che negativa.
Investitori retail contro investitori strutturati
Le analisi economiche partono sempre dallo stesso punto: gli investitori istituzionali sono meno orientati dal panico. I piccoli investitori retail sono invece di quelli che si fanno influenzare dai titoli.
Sta di fatto che entrambe le categorie operano sugli stessi mercati. Entrambe le categorie di operazioni hanno un impatto sul prezzo. E sempre entrambe le categorie possono mandare messaggi, anche senza volerlo. Messaggi che, al contrario di quelli elettorali, hanno effetti immediati.
- Il caso del petrolio
Attacco all’Iran, problemi allo Stretto di Hormuz, prezzi del petrolio alle stelle. Prezzi del petrolio alle stelle, consumatori che si trovano a pagare uno sproposito per i rifornimenti.
È stato il più classico degli eventi a spingere in alto i prezzi del petrolio. È stata la più classica delle reazioni del pubblico a spingere un po’ tutti a più miti consigli.

Tutti i governanti del pianeta sanno che i prezzi, soprattutto quando riguardano beni che nessuno può evitare di acquistare (il carburante, il riscaldamento) hanno un impatto enorme – e tendono a intervenire per le vie brevi.
Questa reazione ha avuto la forma delle discussioni sul rilascio di certe riserve (che non sono infinite) e ha portato un po’ tutti a schierarsi verso il dialogo. Funzionerà? Non lo sappiamo. Quel che sappiamo però è che a fare le barricate per la fine della guerra sarà principalmente il prezzo del petrolio.
Quando i governi scialacquano
Promettere spesa e poi spendere è la cosa più facile del mondo. Gli stati, soprattutto se di grandi dimensioni, hanno accesso a mercati del credito liquidi, profondi e che sono quasi sempre disposti a prestare.
Non sono però sempre disposti a prestare con il tasso di interesse desiderato dai politici di cui sopra. E quando qualcosa eccede il buon senso, intervengono punendo.

Sia chiaro, non è un meccanismo volontario: semplicemente quando le scelte prese non sono oculate e sostenibili, i mercati si fanno sentire. Chi presterebbe denaro a un debitore che si è dimostrato in passato scialacquatore e senza alcun freno?
Qualcuno li chiama i bond vigilante, gli eroi mascherati che intervengono a riportare il buon senso ai piani alti della politica. È un’opera meritoria, ammesso che si ritenga che ci debba essere un freno a quanto scriteriata possa essere la spesa pubblica.
Ringraziare i mercati
Chi vi scrive è un pasdaran dei mercati e ritiene che le libere contrattazioni offrano dei segnali importanti, a beneficio di tutti. Non sono tutti della stessa idea, perché soprattutto tra i politici la risposta dei mercati è vissuta come un’incredibile oppressione da parte dei padroni del denaro.
Non è così, chiaramente. Nessuno di ragionevole sosterrebbe il diritto delle casse pubbliche di alimentarsi di denaro altrui senza accordo. E quell’accordo riguarda anche i tassi di interesse che un creditore vuole gli siano riconosciuti in determinate circostanze.
Viva i mercati, spesso unico e ultimo faro di raziocinio rimasto in un mondo senza misura.
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