L’intervento degli USA sul mercato dello yen continua a far discutere i massimi vertici dei mercati, delle accademie, e anche i trader domestici. Secondo Barry Eichengreen, professore a Berkeley e autore di uno dei più letti testi di storia del denaro, il messaggio è chiaro. E non è dei migliori per il dollaro.
L’intervento, ricorda il professore, è di piccola entità (88 miliardi di dollari circa) rispetto alla profondità e alla liquidità dei mercati forex. Tuttavia, a preoccupare, non dovrebbe essere l’entità dell’intervento, ma piuttosto, il messaggio dietro l’intervento. Un messaggio che riguarda la bontà del dollaro come riserva, la solidità del debito pubblico USA come risk free e più in generale l’ordine monetario mondiale.
Il vero fatto notevole
Lo yen è in difficoltà da tempo. Le autorità giapponesi sono intervenute più volte a tutela del suo valore. La novità questa volta – che rende il fatto assai più notevole – è che l’intervento è stato coordinato con il Tesoro USA, che ha partecipato direttamente. Come abbiamo spiegato in un nostro recente video su YouTube, è il primo intervento congiunto da 15 anni a questa parte. Quindici anni fa, però, l’intervento fu per motivi opposti. Lo yen era troppo forte, e c’era bisogno di riportarlo su livelli di prezzo più bassi.
L’intervento della scorsa settimana include però informazioni preoccupanti sul dollaro. Il messaggio è che il segretario del Tesoro USA Scott Bessent è preoccupato che la vendita di obbligazioni USA per sostenere il valore dello yen possa aggiungere ulteriore stress sul mercato degli US Treasury.
Qualche dettaglio in più: il Giappone è il Paese che detiene le maggiori quantità di debito pubblico USA tra le potenze straniere. Potendo ricorrere a riserve così ampie, per sostenere lo yen potrebbe decidere di venderne una parte. Ed è questo ad angosciare i sonni del Tesoro USA, almeno secondo Barry Eichengreen.
Da qui però un’altra domanda. Se i Paesi detengono bond USA perché sicuri e liquidi, perché dovrebbero continuare a detenerli se non sono più… liquidi? Se in una fase di stress del mercato dello yen venderli non è consigliabile (tanto da far intervenire direttamente le autorità USA), a cosa servono questi asset? E possiamo considerarli ancora delle riserve affidabili?
Oltre l’intervento: la questione del futuro
C’è poi un’altra questione. Né gli USA né il Giappone hanno escluso interventi futuri. E, di più, a sostenerli ci sarà la Foreign and International Monetary Authorities Repo Facility – in gergo FIMA – ancora una volta per evitare che la liquidità venga ottenuta tramite vendita di bond USA.
La liquidità che questo strumento può offrire è in realtà limitata e temporanea, ma per Eichengreen comunque ulteriore segnale che punta nella stessa direzione.
Entrambe le mosse indicano che lo status del dollaro come valuta di riserva non è più quello di un tempo. Le banche centrali sono solite detenere riserve in dollari perché il mercato dei Treasury US è liquido. Le banche centrali detengono US Treasury perché possono essere liberamente comprate e vendute e utilizzate durante gli interventi. Ma non adesso. O comunque non in quantità illimitate.
Non appena se ne accorgeranno gli altri…
Questa particolare situazione spingerà, secondo Eichengreen, altri Paesi a guardare altrove per quanto concerne le riserve da utilizzare in ultima istanza. Non parla di quali asset, ma appare evidente come il riferimento sia principalmente all’oro.
I più sognatori tra i nostri lettori penseranno a Bitcoin. Potrebbe anche essere il caso, per quantità minori. Il mercato di Bitcoin non è neanche alla lontana liquido e profondo quanto quello dell’oro.
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