Il prezzo di Bitcoin si trova ancora in forte drawdown dai massimi di ottobre, con il grafico bloccato sotto i $70.000, incapace di guadagnare entusiasmo e far ripartire il bull market. Nel frattempo però il network su cui gira la stessa moneta, sta mostrando una resistenza davvero invidiabile, tanto da aver recuperato l’ultima grande contrazione registrata nella metrica dell’hash rate.
Nel mese di gennaio si era infatti osservato un calo significativo della potenza computazionale della blockchain, dovuto principalmente a condizioni atmosferiche avverse che avevano colpito alcune aree degli Stati Uniti, dove si concentra una parte rilevante del mining BTC. Oggi, tuttavia, le preoccupazioni sembrano in gran parte rientrate: già nelle prime settimane di febbraio l’hashrate ha mostrato un rapido recupero, con i miner che tuttavia sembrano voler continuare a scaricare BTC dai propri saldi.
Hashrate Bitcoin: recuperato il flop di gennaio
A gennaio tutta la community Bitcoin parlava del grande dump dell’hashrate, crollato di circa un -25% rispetto ai valori massimi registrati nel mese di ottobre. Una bufera di neve giunta negli Stati Uniti e l’ondata di gelo che ne è conseguita aveva obbligato molti miners a spegnere temporaneamente le proprie macchine, innescando uno dei drop più profondi degli ultimi anni nella potenza di calcolo della rete.
Il network in quell’occasione si era autodifeso con un importante aggiustamento della difficoltà, evento che aveva riallineato i tempi di produzione di un blocco, offrendo qualche margine di guadagno in più ai miners. Tuttavia, dal 1° febbraio in poi, la bufera (in entrambi in sensi) pare essersi calmata: il gelo si è parzialmente sciolto e le mining pool sono tornate in condizioni di normalità, tanto da attivare un forte aumento dell’hashrate.
Non abbiamo ancora in realtà recuperato tutto il calo partito ad ottobre, se non esclusivamente su valori grezzi, che tuttavia risultano poco indicativi del reale hash power (meglio utilizzare valori medi a 7 giorni). C’è stato però un movimento positivo estremamente notevole da inizio febbraio, che evidenzia come l’interesse dei miner resti elevato e che il drop di gennaio era solo il risultato di uno spegnimento temporaneo degli ASIC legato a costi operativi più che ad un vero e proprio shutdown.

Hashrate: l’unica metrica up-only di Bitcoin
In tanti durante il calo dell’hashrate avevano parlato di “guai” in vista per Bitcoin e di problemi strutturali per miners, con effetti potenzialmente catastrofici sia sul network che sulla moneta BTC. Chi invece, come il nostro collega Gianluca Grossi, ha più sale in zucca, vi aveva spiegato come non fosse necessariamente un problema il fatto che certi operatori avessero interrotto le proprie attività.
Il business del mining richiede una certa adattabilità con l’ambiente e gli stimoli esterni, e può capitare che in certe condizioni si debba stoppare la ricerca di un nuovo blocco. Ad esempio in Texas, uno degli hub di mining più floridi, spesso alcuni attori ricorrono a dei crediti energetici forniti dallo Stato per staccare la spina nei momenti di alta domanda di energia elettrica.
È un problema per Bitcoin? No, a meno che lo stop non avvenga contemporaneamente su tutta la superficie terrestre, probabilità evidentemente assai remota. Oltretutto, in 17 anni di uptime, nonostante le mille difficoltà riscontrate sull’attività del mining (es blocco Cina nel 2021), l’hashrate ha dimostrato di saper crescere sempre di più nel tempo, visto il crescente interesse mainstream che c’è nel partecipare al consenso della rete, e parallelamente raccoglierne le ricompense.

Miners continuano a vendere i propri BTC
Anche se l’hashrate ha ripreso il suo ritmo circadiano tornando a livelli elevati, ciò non vuol dire che i nostri amici miners abbiano ripreso un atteggiamento bullish su BTC. Dovete sapere che questi operatori tendono a gestire le proprie riserve di monete minate in base a diversi fattori come: condizioni del mercato, necessità operative, costi energetici in un dato momento ecc.
Una parte dei Bitcoin estratti viene chiaramente sempre venduta sul mercato per finanziare le proprie attività industriali, ma non è detto che debba essere sempre un trend discendente continuo. Ad esempio da febbraio 2021 ad agosto 2022 i miners hanno aumentato molto il loro bilancio, così come per gran parte del 2025 non hanno liquidato quasi nulla, lasciando un saldo complessivo sostanzialmente stabile.
Da inizio febbraio però, sebbene parliamo di movimenti marginali rispetto al potere di fuoco di certe entità, c’è stato un chiaro sell-off da parte degli indirizzi dei miners. Dai loro wallet sono usciti complessivamente 2.413 BTC, pari a circa $160 milioni considerando le quotazioni attuali. Numeri che non spaventano ma che mostrano come l’attitudine sia ancora orientata alla vendita, piuttosto che all’accumulo.

Da inizio anno la media a 30 giorni del “Net Position Change” riguardo il saldo dei miners è stato sempre negativa, segno che non c’è voglia, almeno per il momento, di mettersi ad accumulare in vista di un rally a breve termine.
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