Quanto impatta il costo del petrolio sul mining Bitcoin? Nonostante le operazioni che estraggono nuovi BTC e garantiscono la sicurezza del network siano passate, in buona parte, a fonti di energia rinnovabili, l’impatto di una crisi petrolifera potrebbe essere importante. Ne ha parlato Luxor – specialista del settore – in una recente ricerca pubblicata sul suo sito internet.
La correlazione, per quanto le paure siano diffuse, è molto fiacca. Sono pochi infatti i paesi dove c’è alta correlazione tra prezzo del petrolio e costi dell’energia elettrica. E di questi, sono in pochi ad avere una quantità rilevante di hashrate, ovvero di potenza di calcolo destinata al network Bitcoin.
Più preoccupante il prezzo
La ricerca di Luxor si apre con una constatazione per ora però frutto più di preoccupazioni future che di quanto stia accadendo sui mercati. Secondo il gruppo di ricerca infatti a impattare sul mining sarebbero più eventuali cali del prezzo di Bitcoin che invece problemi derivanti dal prezzo del petrolio.

Il contesto geopolitico dovrebbe essere noto a tutti: dal 28 febbraio gli USA stanno attaccando l’Iran, con le risposte di Teheran che stanno colpendo i paesi limitrofi (tutti grandi produttori di petrolio) e bloccando di fatto il traffico nello Stretto di Hormuz. Stretto dal quale in condizioni di normalità passa circa il 20% del petrolio mondiale. Ad aggiungere preoccupazione è anche la durata della guerra, ancora incerta.
Il petrolio ha superato più volte i 100$ e continua ad essere in una fase di volatilità massima.
La geografia del mining
Luxor riporta un’interessante tabella, che riproduciamo 1:1, sulla ripartizione dell’hashrate su base geografica. Gli Stati Uniti staccano il secondo paese in classifica, che è la Russia, che è a sua volta seguita dalla Cina, dove le operazioni di mining sono de facto illegali ma continuano, per volumi importanti, in regime di illegalità.
Ad essere esposti alla correlazione tra petrolio e capacità di mining sarebbero, secondo l’indagine di Luxor, soltanto i paesi del Golfo, che impattano per meno del 5-6% sull’hashrate totale.
Il prezzo che Bitcoin riuscirà a conservare è più importante
Ancora più interessante un’altra tabella che mette in correlazione l’efficienza delle singole macchine rispetto al prezzo di Bitcoin e dell’elettricità. Mentre a variazione dei costi dell’elettricità l’impatto sarebbe ridotto, un’eventuale correzione importante per $BTC avrebbe degli effetti molto più significativi.

Per ora il prezzo di Bitcoin ha però reagito in modo più che solido, scacciando certe preoccupazioni e continuando grossomodo per la sua strada.
Intanto la statistica…
Rimane però da segnalare che mempool.space indica statisticamente una riduzione della difficulty prevista per il prossimo aggiustamento di quasi il 7%. Siamo circa a metà delle due settimane cicliche che calcolano il tempo di produzione dei blocchi e alla fine delle quali avviene, se necessario, un aggiustamento.
Questo indica a grandi linee un calo dell’hashrate destinato al network di Bitcoin – probabilmente però non soltanto legato al prezzo del petrolio, per quanto sarebbe tutto sommato in linea con quel 5-6% indicato da Luxor nella sua indagine.
È più che probabile che le operazioni di mining in Iran (poche, ma esistenti) si siano fermate definitivamente. E possono esserci anche delle anomalie statistiche, per quanto relativamente minime su un periodo di due settimane.
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