Poche ore fa sono tornati in attività dei Bitcoin che, secondo i dati on-chain, risultavano dormienti da circa 14 anni. Sono in totale 2.100 monete, negoziate l’ultima volta a luglio 2012 a un prezzo unitario di $6,59, per un valore complessivo di $13.839. Nel momento in cui scriviamo questo articolo, le stesse criptovalute sono valutate poco meno di $150 milioni.
Parliamo di un apprezzamento di oltre 10.800 volte il valore di investimento iniziale, con i $BTC che, per motivi a noi sconosciuti, sono stati improvvisamente rimessi in movimento dopo oltre un decennio di inattività. Non sappiamo che fine faranno questi Bitcoin, ma c’è il rischio che possano essere venduti sul mercato per monetizzare i frutti di una lunga attesa. È un problema per la price action di Bitcoin? Lo scopriamo qui di seguito.
Bitcoin dormienti dal 2012: i movimenti on-chain
Partiamo con un dettaglio che potrebbe aiutare i più pessimisti a tirare un sospiro di sollievo: fino ad ora è stata spostata solo una minuscola parte dei Bitcoin (BTC) in questione, per l’esattezza appena 0.0007889 BTC (circa $55) mentre la maggioranza delle monete resta ancora ferma nello stesso wallet che le ha acquistate oltre un decennio fa.
Il fortunato possessore delle chiavi private detiene infatti ancora 2.100 BTC all’interno del suo indirizzo, con il penultimo movimento che risale al 7 luglio 2012. Questo però non vuol dire che il bottino non potrebbe essere trasferito altrove da qui ai prossimi giorni, e potenzialmente venduto.
In genere questi wallet multimilionari hanno proprio come buona prassi quella di eseguire piccoli trasferimenti come forma di test, prima di effettuare spostamenti più importanti. Potremmo aspettarci dunque, un prossimo prelievo, con i fondi che potrebbero essere diretti verso exchange, o verso altri indirizzi, in attesa di essere spesi. Per i più curiosi, questo è l’indirizzo: 1NB3ZXxs3vfq1hRhuSAZ3zPdQNrXBQB6ZX

Vi facciamo notare come il wallet di cui sopra, appartenga a un formato Base58 (P2PKH), ossia un portafoglio risalente al primo standard di utilizzo degli indirizzi Bitcoin. Questa non è solo una curiosità, ma un dato che potrebbe spiegare la ragione del movimento dei fondi, ossia banalmente migrare verso formati di indirizzi più recenti (basati su SegWit o Taproot), e aggiornare la modalità di custodia, magari anche attraverso operatori istituzionali dedicati.
Bitcoin pronti ad essere venduti? Dump in arrivo?
Anche ipotizzando lo scenario peggiore, ossia che da qui alle prossime ore questo malloppo in Bitcoin venga arrivi mercato, non sarebbe poi la fine del mondo. Nell’ultimo ciclo abbiamo avuto modo di osservare vendite ben più ingenti in termini economici, spesso anche ad un elevato ritmo, senza che, nell’immediato, fosse accaduto qualcosa di realmente rilevante.
A dicembre 2025 c’è stato addirittura lo scarico dei long-term holders più grande dal 2018, con 180.000 BTC usciti dai portafogli di questi investitori nel giro di appena 30 giorni. A luglio dello scorso anno un singolo utente aveva movimentato coins per un controvalore di $10 miliardi, anche in quel caso relative a monete dormienti da diversi anni.
In ogni occasione, questi movimenti avevano spaventato il mercato, senza però portare ad un crollo improvviso dei prezzi, viste e considerate le modalità di scambio e la natura di questi spostamenti. Chi vende cifre a 7/8 zeri infatti, difficilmente passa per exchange e liquida la somma attingendo dalla liquidità dell’orderbook, ma predilige accordi OTC su mercati privati (dove il prezzo risponde secondo altre logiche)
Ad ogni modo, al momento, il saldo medio complessivo degli holders è in positivo, segno che le fuoriuscite sono contrapposte ad accumulazioni maggiori.

Oltretutto non è nemmeno detto che questi spostamenti on-chain siano necessariamente frutto di un’attività di vendita. Come vi aveva spiegato Gianluca Grossi qualche mese fa, tanti movimenti delle balene dell’ultimo periodo sono presumibilmente frutto anche di una riorganizzazione dei fondi e allocazioni a favore di DAT o ETF.
I veterani Bitcoin stanno rallentando l’intensità dei movimenti
Aggiungiamo un ultimo fattore piuttosto utile per leggere in maniera più analitica la situazione attuale: prendiamo l’indicatore “Coin Days Destroyed” (CDD), che misura su un intervallo a 14 giorni quanto sono “anziani” i Bitcoin che vengono spostati periodicamente. La metrica pesa ogni movimento in base al tempo di inattività (da qui il termine “Coin Days”) delle monete coinvolte.
Ve lo mostriamo perché, a differenza di quanto si potrebbe pensare guardando all’attività degli ultimi Bitcoin dormienti, in realtà al momento c’è un coinvolgimento estremamente limitato dei veterani. In particolare, il valore del CDD è in forte calo da dicembre, periodo in cui, come detto poc’anzi, si sono registrati spostamenti record di vecchie coins.
Non è tra l’altro un caso che negli ultimi mesi gran parte dell’attività speculativa (che poi si è riflessa sui prezzi di BTC), sia arrivata dagli short-term holders, ossia dagli investitori attivi entro una finestra di 6 mesi circa, che hanno realizzato grosse perdite sul mercato.

Forse è il caso di rivedere la lista delle priorità negli eventi che accadono nel mondo on-chain: i movimenti delle balene ed i Bitcoin dormienti ci piacciono sempre molto, soprattutto perché raccontano storie di leggende che hanno guadagnato milioni scommettendo su un esperimento in tempi non sospetti, ma non sempre le narrazioni hanno un impatto rilevante sulle quotazioni, quantomeno non nell’immediato.
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