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vero Satoshi Nakamoto

Scoperto il vero Satoshi Nakamoto: per New York Times ecco l’inventore di Bitcoin

Un'indagine di The New York Times svela il vero nome di Satoshi Nakamoto. Tuttavia...
vero Satoshi Nakamoto

Il più grande giornalismo di sempre ha scoperto chi è Satoshi Nakamoto, il misterioso e (non più) anonimo inventore di Bitcoin. Dopo quasi venti anni di ricerche, a scrivere la parola fine sulla ricerca più avvincente di sempre è John Carreyrou, che ha pubblicato 12.800 parole (le abbiamo contate) su The New York Times per condividere la sua scoperta.

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12.800 parole che indicano, almeno secondo Carreyrou, un nome chiaro. Satoshi Nakamoto sarebbe un famoso programmatore britannico, ormai attempato, da tempo nel giro e con un grande seguito tra gli appassionati. Di più, Satoshi avrebbe anche fondato una delle più conosciute aziende del mondo Bitcoin, parteciperebbe ancora a conferenze, discussioni pubbliche e private su BTC. Nascondersi dove, verrebbe da chiedersi? Ma alla luce del sole!

Chi è Satoshi Nakamoto?

O meglio, chi si nasconde dietro lo pseudonimo più importante della nostra epoca? Secondo una lunghissima indagine di The New York Times si tratterebbe di un nome in realtà già circolato tante volte in passato.

Sarebbe infatti Adam Back, di Blockstream e di tante altre cose importanti nel mondo e nella storia di Bitcoin. Adam Back è uno dei membri più visibili e rispettati della community, e già questo – almeno per questi standard di giornalismo investigativo – sarebbe una sorta di indizio.

Ok, ma come è stato scoperto?

Non cercheremo di indorarvi la pillola. Le 12.800 parole pubblicate da The New York Times ricordano il lungo viaggio di Ulisse, senza neanche il divertimento di incontrare Circe e sirene. Il grosso degli indizi aiuta più a comprendere la crassa ignoranza di chi ha scritto che l’identità di Satoshi Nakamoto. Tutta una serie di caratteristiche condivise dal grosso di chi bazzicava quegli ambienti in quei periodi vengono infatti spacciati per indizi in grado di chiarire il quadro:

  • C++

Adam Back avrebbe scritto una tesi su o con questo linguaggio di programmazione. È anche il linguaggio di programmazione utilizzato per scrivere il codice di Bitcoin. Peccato che sia anche uno dei linguaggi di programmazione più utilizzati di sempre e una scelta relativamente ovvia per questo tipo di progetti.

  • Attenzione per l’anonimato

Chi ha iniziato a utilizzare internet dal post Facebook forse lo troverà losco, ma un tempo tutti spendevano tempo (e talvolta denaro) per rendersi il più possibile anonimi. Non lo facevano tutti, ma era un’abitudine, un vezzo, un vizio e un tic così diffusi da non restringere granché il cerchio.

  • Utilizzo delle versioni british di certe parole

Ci si è tornati più volte in quasi tutti i tentativi di individuazione di Satoshi Nakamoto. Il fu Satoshi utilizzava di frequente parole che avrebbero segnalato la sua provenienza non-americana, e nello specifico britannica. Anche qui – cerchio eventualmente ristretto di poco.

  • Idee

Dall’attenzione per le istanze libertarie al ritenersi più bravi con il codice che con le parole. Chi non ha mai frequentato certi ambienti – come chi ha scritto l’articolo sul NYT – forse lo ignora, ma erano anche pose per rendersi credibili. O meglio, delle idee di sé che molti di quegli ambienti ritenevano imprescindibili. Anche a costruire la figura dell’incompreso un po’ ai margini della società, perché più bravo con i computer che con le persone. Ad ogni modo, nulla di nuovo, e nulla che non si sia letto milioni di volte su altrettanti milioni di chat del tempo, anche su altri temi.

  • Utilizzo di “bloody”

Relativamente comune nell’inglese di Albione e quasi assente in americano. Satoshi lo ha utilizzato. Adam Back ha detto di non averlo mai utilizzato e invece la grande inchiesta di The New York Times è riuscita a recuperare un post di Adam Back dove scriveva bloody riferito ai banner che un tempo si utilizzavano sui siti internet.

pistola fumante Adam Back
Una delle incredibili pistole fumanti
  • Indagini stilometriche

L’apice si raggiunge con le analisi stilometriche di Florian Cafiero, il quale si era già occupato di analizzare gli scritti di Satoshi Nakamoto e confrontarli con quelli dei più papabili inventori di Bitcoin, dotati però di nome e cognome.

Ai tempi Cafiero si arrese, non trovando dei risultati degni di nota. L’indagine del The New York Times però ha fornito tanti nuovi testi di Adam Back, alcuni dei quali venuti fuori durante il processo all’unica persona che siamo certi non sia Satoshi Nakamoto, ovvero l’inventore di BSV Craig Steven Wright.

Secondo Cafiero, il test, ripetuto più volte, non ha comunque offerto risultati utili. John Carreyrou ha però una spiegazione anche per questo: Adam Back nel 2020 ha parlato in modo indiretto di stilometria, cosa che sarebbe la prova del fatto che nessun test di stilometria offrirebbe risultati utili. Verrebbe da chiedersi se avrebbe mai scritto la stessa cosa in caso di risultati a favore della sua tesi, ma sorvoleremo.

Una lunga serie di indizi utili per chi non ha mai frequentato certi ambienti

Il problema con l’indagine di John Carreyrou è uno soltanto: il giornalista ignora tutti i canoni, i tic, i temi, i meme della sotto-cultura dalla quale provengono sia Adam Back sia Satoshi Nakamoto, insieme ad altre migliaia di persone.

In secondo luogo, non è esattamente il primo ad associare Adam Back alla figura di Satoshi Nakamoto, senza portare alcuna prova aggiuntiva di cui sarebbe stato interessante discutere.

E, in ultimo, a chi interessa? Satoshi Nakamoto non è un messia e non ha potere sul funzionamento di Bitcoin attuale. Scioglierne l’arcano significherebbe soltanto metterlo in pericolo. Per il gusto di un pettegolezzo.

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