La gran cagnara partita da un assai modesto articolo di The New York Times la dice lunga. Non sull’identità di Satoshi Nakamoto (della quale sappiamo quanto sapevamo una settimana fa, poco), ma sullo stato dell’informazione. Una gran cassa mediatica che si preoccupa poco di informare, ancor meno di indagare, e possibilmente ancora meno di capire cosa sta scrivendo. Adam Back potrebbe essere Satoshi Nakamoto, così come potrei esserlo io che vi scrivo. Così come avrebbe potuto esserlo uno qualunque dei più papabili. Ma non è questo il punto. La situazione è grave, non è seria, e quando si parla di Bitcoin difficilmente riesce a volare sopra il terra-terra del pettegolezzo.
Cos’è successo? Un noto giornalista di The New York Times ha scritto, tutto ringalluzzito, di aver scoperto chi si nasconde dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. Pur riempiendo però il suo pezzo di forse, di indizi che indizi non lo sono e di ampie dimostrazioni di scarsa conoscenza della cultura cypherpunk, il grosso dei giornali italiani è saltato sopra la notizia, l’ha masticata e l’ha vomitata per un pubblico che ormai è quello che è. Il risultato è una lunga lista di titoli fantasiosi che occupano l’etere, che danno per certo ciò che certo non è – senza che nessuno di proprio pugno abbia deciso di aggiungere una sola nota.
Un problema di metodo
Lungi da noi dare lezioni a chicchessia. C’è però un evidente problema di metodo: siamo pronti a scommettere qualunque cosa sull’assenza non solo di approfondimento, ma anche di lettura, parola per parola, del lungo pezzo pubblicato ieri da The New York Times.
Adam Back non è esattamente il primo che passa. Non è la prima volta che viene accusato di essere Satoshi Nakamoto – e non ci sono prove neanche alla lontana sufficienti per ritenere che lo sia.
Il lungo articolo firmato da John Carreyrou – giornalista di grande fama e di grandi meriti passati – ha come primo difetto quello di essere noioso. Si è affidato, spacciandole poi per analisi proprie, a vecchie questioni delle quali la community di appassionati dibatte da tempo immemore. Le ha presentate al pubblico come grandi scoperte, ha ripetuto i test finché non hanno fornito il risultato sperato e infine ha offerto al mondo un articolo che avremmo preferito non leggere.
Ci si potrà accusare di avere troppo a cuore l’anonimato di Satoshi Nakamoto per avere un’opinione neutra. Rispediamo tali accuse al mittente, perché il giornalismo dovrebbe bere forse non sempre alla fontana della verità, ma comunque cercare di farlo a qualcosa che gli assomigli.
Di prove non ce ne sono. E il telefono senza fili della stampa italiana trasforma gli indizi in prove, le tesi in verità processuali e giornalistiche, ricostruzioni sbilenche in fatti.
Un pettegolezzo infinito
Sulla questione Satoshi Nakamoto ciò che ferisce di più è in realtà la passione per il pettegolezzo su una questione così seria. Seria, perché distruggerebbe la vita di chiunque venga individuato: non solo parliamo di potenziali miliardari, ma anche di persone che potrebbero venire bersagliate dalle giurisdizioni di mezzo mondo.
Seria, perché ignora ciò che Bitcoin ha fatto, fa e farà: è un software per la gestione distribuita di un intero sistema monetario. Il suo codice è pubblico, consultabile, analizzabile. Il processo di consenso che lo migliora è accessibile a tutti. A tutti quelli che si preoccupano di leggere. E perdonateci se non ci sembra, ancora una volta, questo il caso.
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