Federal Reserve ha deciso di lasciare i tassi di interesse invariati, rimandando la decisione su eventuali aumenti degli stessi a settembre, quando saranno disponibili più dati sull’inflazione e sullo stato di salute del mercato del lavoro. Una Fed dunque titubante, che è paradossalmente in scia con BCE e che ha deciso anche di non aggiungere ulteriori preoccupazioni a mercati che sono già, direbbero gli americani, in disarray.
È comunque un FOMC spaccato. Da un lato i membri del board, storicamente più mansueti quando si parla di politica monetaria, dall’altro i presidenti delle divisioni locali di Fed, che invece hanno un atteggiamento assai più hawkish. In mezzo il meno credibile dei pacieri: Kevin Warsh infatti continua a tenere – nei rari interventi in pubblico – un atteggiamento molto hawkish, ovvero con indicazioni oblique su aumenti futuri dei tassi.
Ora la parola a Kevin Warsh
Sarà ancora più importante – data la non decisione – la conferenza stampa di Kevin Warsh, che aveva promesso in passato di voler offrire meno indicazioni possibili ai mercati. Poche indicazioni, in quello che dovrebbe essere un nuovo corso di Fed ancora in divenire.
I tassi rimangono dunque a 350-375 punti base di riferimento, con i trader che potranno andare in vacanza con gli occhi puntati sul meeting di settembre, che potrebbe essere a questo punto quello giusto per una prima inversione della politica monetaria di Federal Reserve.
La reazione dei mercati
La reazione dei mercati è dovuta forse più al FOMC evidentemente spaccato che alla decisione sui tassi, che era stata correttamente anticipata dagli swap monitorati da FedWatch Tool. In tre (Hammack, Kashkari, Logan) hanno infatti votato a favore di aumenti ai tassi di interesse.

Sconfessata comunque la linea dura anticipata da Citadel e da pochi altri. Fed ha deciso di non decidere e ora sarà molto più “economico” fare i duri in conferenza stampa, lanciando non-messaggi ai mercati e finendo per dimostrare indipendenza di facciata.
La decisione piacerà ai mercati sul breve, ma aprirà a dibattiti accesi sul lungo: con la ripresa del conflitto in Iran – e dunque con il riavvio della pressione sui prezzi dovuto agli energetici – c’è chi avrebbe gradito una Fed maggiormente proattiva. Non è stato questo il caso, almeno per questa volta.

Chi si aspettava sorprese, è stato smentito. Ora occhi puntati sull’appuntamento di settembre.
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