Le elezioni midterm si avvicinano e saranno un enorme banco di prova per l’amministrazione Trump. Avranno anche degli effetti di grande rilevanza sui mercati – crypto e TradFi – anche se per ora l’amministrazione non sembrerebbe curarsene granché. Nella tarda serata di ieri, ora italiana, sono ripresi gli attacchi all’Iran, che hanno di nuovo inflitto perdite ai mercati. A otto settimane dal voto, di spazio per tornare indietro ce n’è poco – ed è questo il momento giusto per fare il punto della situazione.
Inflazione, guerra, prezzo del petrolio e della benzina alla pompa, interventi del Tesoro sul mercato dei bond: la situazione è difficile e non sembra che ci sia l’intenzione di correggere, anche con manovre d’emergenza, la situazione. Ecco cosa si rischia.
Riprendono gli attacchi in Iran
Come ha già spiegato qui Alessandro Lavarello, le borse hanno aperto la settimana con il freno a mano – nel migliore dei casi – e con perdite consistenti, in particolare in Asia. A pesare sulla situazione c’è stato in primis il ritorno degli attacchi da parte degli USA all’Iran, con quest’ultimo che ha risposto colpendo basi militari USA in Giordania.
Con il prezzo del petrolio in crescita, le borse asiatiche hanno aperto in negativo: male Hong Kong, male l’India, male anche Malesia, Taiwan e Nikkei. In verde invece KOSPI in Corea del Sud, insieme a Shenzhen e Shanghai.
Al netto della reazione di breve dei mercati, per le midterm sarà particolarmente interessante vedere con quale prezzo alla pompa si arriverà alle urne. Il tema del costo del carburante è uno di quelli particolarmente sensibili per gli elettori – e il rischio per Trump è quello di presentarsi, sotto questo aspetto, nella peggiore forma possibile.
Rendimenti, mutui, tassi
L’altra partita che il governo Trump sta giocando – pericolosamente – prima delle elezioni di metà mandato riguarda i tassi, il rendimento dei bond USA e tutto ciò che vi è collegato. I titoli USA a lungo termine, tra i 10 e i 30 anni, sono su livelli di rendimento sul secondario che non si vedevano da un ventennio e il Tesoro USA ha annunciato interventi per cercare di controllare almeno la coda lunga della curva degli yield.
Per ora l’intervento non ha sortito effetti. Dopo un breve recupero, i rendimenti sono tornati sui livelli precedenti all’annuncio e se ora la situazione è solo parzialmente migliore dipende principalmente da altre questioni.
Ci sarà poi un altro FOMC – la riunione che decide sui tassi di interesse negli USA organizzata da Fed – prima delle elezioni. Si terrà a metà settembre e ora i mercati temono che possa esserci il tanto temuto rialzo dei tassi.
I più cinici ritengono che un presidente che è in carica da pochi mesi e che è stato nominato da Trump difficilmente correrà un rischio politico di quel tipo. Ad ogni modo, dato lo stato di inflazione e mercato del lavoro – i mercati ritengono possibile (e da qualche giorno anche probabile) un’evoluzione di questo tipo.
Bitcoin e crypto?
La presidenza Trump ha provato ad accreditarsi come presidenza aperta alle crypto. Durante la campagna elettorale ha ricevuto dei sostanziosi finanziamenti da parte di tanti dei player del settore.
Si è fatto però relativamente poco: il Genius Act, che riguarda le stablecoin è stato approvato, ma mancano ancora i regolamenti attuativi delle agenzie e di Federal Reserve.
Il Clarity Act è invece ancora in alto mare. Se ne parlerà di nuovo in Senato il 15 settembre – e sarà forse l’ultima occasione per portarsi a casa il voto dei crypto appassionati.
Cosa rischia il mondo crypto? Che il Clarity Act non venga approvato e che a ridiscuterlo sia un Congresso a maggioranza democratica. Il PD USA ha un gruppo consistente di senatori e membri della House ostili al mondo crypto – e produrre una ciambella con il buco potrebbe farsi molto più ostico.
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