Treasury ai massimi del 2026, il petrolio rimbalza: cosa sta accadendo ora sui mercati
Rendimenti dei Treasury ai massimi del 2026 dopo il PMI, mentre Fed più restrittiva e tensioni Iran spingono anche il petrolio.
21:17 • Pubblicato 23/09/2026
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I rendimenti dei Titoli di Stato americani tornano a salire nel pomeriggio, spinti da dati economici forti e da nuovi segnali restrittivi della Fed. Il mercato non vede la fine della stretta monetaria e continua a prezzare altri aumenti del costo del denaro. Il petrolio, sceso in settimana sulle speranze di pace con l’Iran, rimbalza dai minimi dopo nuove tensioni emerse oggi all’ONU di New York.
Il PMI riaccende i timori sull’inflazione
A cambiare il clima è stato il dato del PMI flash di S&P Global, cioè la stima preliminare dell’indagine sui responsabili acquisti delle aziende americane. L’indice composito sale a 58,4 punti dai 56 di agosto, il livello più alto da luglio 2021, con i servizi a 58,7 punti. Il dato più delicato riguarda però i costi delle aziende, saliti con forza per effetto del recente balzo dei prezzi dell’energia. Poco dopo il governatore della Fed Michael Barr ha detto che serviranno probabilmente altri rialzi per riportare l’inflazione al 2%.
I Treasury non scendono dopo la Fed e toccano nuovi massimi

Il 16 settembre la Fed ha alzato i Fed Funds di 25 punti base, cioè dello 0,25%, portandoli nella fascia tra 3,75% e 4%. I Fed Funds sono il tasso a cui le banche si prestano denaro per una notte, e questo è il primo rialzo dal 2023. Dopo la decisione i rendimenti hanno avuto solo una breve contrazione, con il decennale sceso dal 5,01% al 4,94% il 17 settembre.
Nel pomeriggio di oggi il T-Note decennale ha avuto un’impennata e tocca i massimi del 2026 a 5,104%, con un balzo di 0,164 punti percentuali, mentre il 30 anni sale al 5,387% e il 2 anni al 4,914%.
Il FedWatch prezza altri rialzi

Il motivo della crescita dei rendimenti dei Treasury sta nelle aspettative sul costo del denaro, che il mercato misura con il FedWatch del CME. Lo strumento ricava dai future sui Fed Funds le probabilità assegnate a ogni scelta della Fed nelle prossime riunioni. Dopo il PMI la probabilità di un rialzo al 9 dicembre sale al 94% dall’89,1% della mattina. La fascia più probabile a fine anno diventa quella tra 4,25% e 4,50% con il 56,8%, cioè due rialzi complessivi tra le riunioni di ottobre e dicembre.
Il petrolio rimbalza sulle tensioni con Teheran
In settimana il petrolio era sceso sulle speranze nate dai colloqui tra americani e iraniani a margine dell’Assemblea generale dell’ONU. Su base weekly il WTI americano ha toccato un minimo a 88,67$ al barile e il Brent europeo a 97,36$ al barile. Oggi però le forze armate iraniane hanno definito le minacce di Trump un segno di disperazione e promettono attacchi più pesanti. Trump ha detto di attendere un accordo solo dopo le elezioni di metà mandato di novembre, mentre all’ONU il presidente iraniano è stato fischiato. Dal grafico daily si può vedere come il greggio rimbalzi dai minimi, con il WTI risalito a 91,46$ e il Brent tornato a 102,55$.

Più fiducia nella pace che nella Fed
Il quadro della settimana mostra un mercato che crede più alla fine della guerra che a una Fed meno aggressiva. Il petrolio ha scontato per giorni un accordo ancora solo annunciato, mentre i Treasury non concedono sconti nemmeno dopo il rialzo di settembre. Il paradosso è che proprio la pace sarebbe la via più rapida anche verso un possibile contenimento dei tassi.
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