Sono tornati a muoversi, in modo totalmente inaspettato, alcuni fondi in Bitcoin legati ad uno dei casi più tragicomici della storia del mondo crypto. Parliamo di una curiosa vicenda, in cui un bottino da 6.000 BTC, equivalente a oltre $400 milioni, è stato gettato per errore in discarica insieme alle sue chiavi private.
Poco meno di 10 anni fa, un cittadino irlandese, noto come Clifton Collins, fu arrestato per traffico di stupefacenti nella contea di Galway. Durante il periodo di detenzione in carcere, il proprietario del suo appartamento – dove Collins viveva in affitto – ha provveduto a sgomberare l’immobile gettando nella spazzatura tutti gli oggetti presenti.
Tra questi però, c’era anche una canna da pesca contenente la seed phrase di un portafoglio in Bitcoin. Portafoglio che Collins aveva riempito di sats tra il 2011 e il 2012, quando la criptovaluta valeva ancora pochissimo, accumulando fondi grazie alla sua attività di spaccio svolta online, su darknet. Ora però, quegli stessi Bitcoin – dati per persi – sono tornati in attività sulla blockchain.
400 milioni di dollari di chiavi perse
Questa non è la prima volta, e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima, che un wallet Bitcoin ritenuto perso e inaccessibile, torna a muoversi dopo anni di silenzio. E non è nemmeno la prima volta che una fortuna di questo tipo finisce, letteralmente, in discarica.
Negli anni dalla community dei bitcoiners ne abbiamo viste di tutti i colori, soprattutto quando la criptovaluta valeva ancora poco. Ad esempio, nel 2013 un informatico gallese conosciuto come James Howells ha buttato per errore un hard disk contenente le chiavi private di circa 8.000 BTC, tutte monete che lo sfortunato aveva minato in tempi non sospetti.
Lo stesso Howells ha poi tentato più volte di recuperare i fondi, arrivando a progettare operazioni di scavo multimilionarie nella discarica, senza poi mai riuscire nell’intento.
Questa volta invece, la storia a cui vi abbiamo introdotto, è leggermente diversa. Clifton Collins non era un informatico, ma uno spacciatore che nel 2011/2012 era riuscito ad accumulare qualche decina di migliaia di dollari in Bitcoin (secondo le quotazioni dell’epoca) verosimilmente vendendo droga su Silk Road.
Dopo il suo arresto, avvenuto nel 2017, perde le chiavi private perché il proprietario dell’appartamento in cui viveva getta tutti gli oggetti presenti in discarica, tra cui anche una canna da pesca che conteneva le chiavi private del wallet che contava circa 6.000 BTC.
Fino ad oggi si è pensato che quei fondi fossero parte dei BTC irrecuperabili, così come gli altri 1,45 milioni di BTC che secondo l’analisi on-chain sono probably lost, ossia dormienti da parecchi anni e dunque potenzialmente persi.

Dopo anni di silenzio, il wallet Bitcoin scomparso torna in attività
Dopo quasi 10 anni dall’arresto di Collins – ora presumibilmente tornato in libertà visto il tempo trascorso dalla condanna – il suo portafoglio dato per disperso (in realtà sono più portafogli, ndr) si è fatto di nuovo vedere sui registri della blockchain di Bitcoin. Secondo quanto riportato da Arkham Intelligence e da altre società forensi, qualche ora fa il suo wallet avrebbe avanzato una transazione in uscita da 500 BTC.
Monete che, da quanto possiamo vedere, sono state spostate sull’indirizzo di deposito dell’exchange Coinbase, probabilmente per essere vendute
Tuttavia, non sembra che sia stato Collins a muovere effettivamente i fondi, e si esclude l’ipotesi di un possibile recupero delle chiavi private.
Infatti, secondo quanto possiamo leggere su un articolo di Irish Times, pare che le autorità irlandesi — attraverso il Criminal Assets Bureau (CAB) e con il supporto di Europol — siano riuscite ad accedere per la prima volta a uno dei wallet legati al caso. In particolare uno dei 12 indirizzi in questione, contenenti ognuno un bottino da 500 BTC, che oggi vale oltre $35 milioni.
Ad ogni modo, non sappiamo come siano riuscite le autorità a entrare in possesso del portafoglio, se con tecniche investigative tradizionali – ad esempio recuperando credenziali salvate su supporti fisici o digitali — oppure tramite altre modalità non rese pubbliche.
Bitcoin ancora una volta scomodo per chi cerca di nascondersi
Questa storia ci ricorda per l’ennesima volta che – a differenza di quanto erroneamente si pensa – Bitcoin non è una valuta così poi adatta per finanziare attività illecite o favorire il riciclaggio. In passato se n’è fatto un uso abbondante in tal senso, poiché molti credevano nella leggenda dell’anonimato, quando in realtà ogni indirizzo su blockchain appare come “pseudo-anonimo”, cioè riservato fino a un certo punto.
Ad oggi esistono strumenti molto sofisticati per seguire flussi on-chain e qualsiasi spostamento che coinvolga fondi di provenienza illecita può essere analizzato, ricostruito e, in alcuni casi, ricondotto ai soggetti coinvolti.
Paradossalmente, per certe operazioni grigie, risulta ancora più funzionale il commercio in cash che – per quanto possa essere complicato da occultare a livello fisico e visivo – non è collegato a un registro immutabile visibile pubblicamente da chiunque.
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