Lo descrivevano come il regno più felice del mondo. E anche quello più impegnato nel mondo di Bitcoin. È il Bhutan, che però negli ultimi mesi si è liberato di circa il 70% dei suoi Bitcoin e ha probabilmente anche ridotto – di molto – le sue attività di mining su BTC. In assenza di comunicazioni ufficiali, possiamo solo ricostruire quanto sta avvenendo dagli spostamenti dei wallet. A meno di grandi cambiamenti nella struttura delle attività del piccolo e felice regno, il trend dovrebbe essere quello che abbiamo appena descritto.
Non è il primo caso di defezione a questi livelli. E se indica qualcosa, è la necessità di smetterla, anche da appassionati, di credere a impegni duraturi anche da parte di istituzioni articolate, come possono essere quelle statali. Bitcoin, come vedremo, non ne ha bisogno. E no, non è detto che il loro impegno sia più concreto di quello dei piccoli investitori.
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I numeri sono chiari. E per quanto in diversi indichino l’assenza di una prova definitiva, è certamente vero che il Bhutan ha spostato una parte rilevante dei propri Bitcoin nel tempo. Li ha spostati verso indirizzi che secondo Arkham sono poi serviti per vendite tramite OKX e Galaxy. Ci sono poi spostamenti – come uno degli ultimi, da 69,7 Bitcoin, verso indirizzi per ora sconosciuti.
La speranza di diversi appassionati, che è notoriamente l’ultima a morire, è di spostamenti interni e di una riorganizzazione fondamentale di come sono gestite certe attività da parte dello stato del Bhutan. Se dovessimo però parlare di probabilità, alta e quasi certa, si è trattato di vendite.
Il Bhutan era arrivato ad accumulare 13.000 Bitcoin, grazie a operazioni di mining che puntavano a sfruttare il surplus energetico del piccolo stato, in collaborazione con Druk Holding. All’avvio delle operazioni fu data ampia pubblicità, proprio perché ci trovavamo in un momento in cui era cool farsi vedere vicini, anzi dentro Bitcoin.

Non è chiaro cosa abbia portato il Bhutan a cambiare idea. Gli indirizzi conosciuti hanno perso il 70% circa dei Bitcoin iniziali e non hanno mai visto aumentare le proprie riserve da ottobre 2024.
Pubblicamente non ci sono dichiarazioni, e benché tale assenza lasci il mistero irrisolto, non aiuta neanche a essere ottimisti.
È un problema?
È questa la buona notizia: non è un problema. Per quanto tanti bitcoiner guardino agli stati come conferma definitiva della loro buona intuizione, Bitcoin non ne ha bisogno. Non ha bisogno di El Salvador, non ha bisogno del Bhutan e non ha bisogno neanche degli Stati Uniti. Ad oggi gli stati che si sono avvicinati a $BTC hanno avuto come costante lo sfruttamento degli appassionati a scopo pubblicitario.
I blocchi di Bitcoin vengono prodotti anche se Bukele, il re del Bhutan o Donald Trump cambiano idea. E anche il prezzo – a dirla tutta – non sembra averne mai risentito.
Per citare un altro presidente, ormai passato a miglior vita:
Chi non sa adattarsi allo spirito della rivoluzione, chi non ha sangue rivoluzionario, chi non ha il cuore per l’eroismo richiesto da una rivoluzione, non lo vogliamo, non ne abbiamo bisogno.
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