Anche JPMorgan salta sul treno della tokenizzazione degli ETF, anche se con diverse riserve. Il 24 aprile l’importante banca d’affari ha pubblicato un report – Dall’automazione alla tokenizzazione: i trend sugli ETF da guardare – che si occupa di uno dei temi più dibattuti all’interno del mondo crypto.
JPMorgan è un player di frontiera del mondo della finanza tradizionale: è stato forse il primo a dare una seria possibilità alla blockchain (che gestisce in proprio con volumi già enormi) e a guardare nella direzione degli asset e dei depositi tokenizzati. Quanto afferma dunque non solo è interessante perché arriva da un intermediario già dentro questo mondo, ma anche perché arriva da uno che non ha mai mostrato grandi tendenze a rappresentare questo comparto meglio di come è.
ETF tokenizzati: il futuro secondo JPMorgan, ma…
Dal 1993, ricorda JPMorgan, anno in cui gli ETF sono nati negli USA, la progressione è stata importante. Oggi sono i prodotti più scelti dai retail e fanno parte anche di portafogli istituzionali. Sono dei wrapper, delle scatole dentro le quali viene inserito ormai qualunque tipo di titolo e anche strategie complesse. Il loro successo, aggiungiamo noi, è anche segnalato dai numeri molto importanti che hanno raccolto gli ETF su Bitcoin e più in generale sulle criptovalute.
Agli investitori, soprattutto negli USA ma non solo, piacciono perché:
- Comodi: si può scegliere tra listini sempre più forniti. Si comprano e vendono come un’azione;
- Liquidi: il vantaggio di averli quotati in borsa è anche nella liquidità. Vendere fondi non quotati è molto più difficile;
- Diversificati: talvolta replicano indici o strategie già pronte per la diversificazione.
- Efficienti: soprattutto quelli passivi sono molto economici e garantiscono esposizione a una frazione dei costi che avremmo investendo direttamente.
Tokenizzazione come prossima frontiera?
JPMorgan ritiene di sì. Ci sono già i primi esperimenti, che renderanno più semplice l’intero processo di creazione e redemption per i market maker. E anche in termini di scambio. Il passaggio però non sarà immediato. Parla Ciarán Fitzpatrick di JPMorgan, che afferma:
La mia visione è che la tokenizzazione sarà parte dell’ecosistema degli ETF, ma siamo almeno un paio di anni indietro rispetto a casi d’uso di buon livello.
Questo nonostante appunto la tokenizzazione degli ETF sia già partita. Le strade sono due:
- ETF sintetici: ovvero ETF pre-esistenti, che vengono inseriti anche in token che possono essere scambiati su blockchain.
- ETF nativi in forma tokenizzata: con emissione direttamente in forma di token on-chain. Si tratta di una questione più complessa, che arriverà con il tempo, e per la quale ci sono già dei progetti pilota.
Perché queste tempistiche? Perché a nostro avviso, anche se JPMorgan non lo dice chiaramente, servirà che le principali borse americane siano pronte. NYSE e Nasdaq sono già a buon punto. Probabilmente una volta pronte ci vorrà del tempo per vedere arrivare i gestori. La tempistica dei due anni sembra corretta.
Una questione che abbiamo affrontato sul VIP (e che dovrebbe interessarti)
Sul nostro Canale VIP (puoi entrare per 7 giorni gratuitamente, senza carta!) abbiamo discusso proprio ieri di evoluzioni guidate da Google in questo spazio.
Google ha già lanciato una sua “blockchain”, che CME (la borsa derivati più importante del mondo) ha scelto come infrastruttura.
È un passo avanti di enorme importanza: da un lato perché CME – che è una borsa che ha bisogno di performance – si sta interessando. Dall’altro perché c’è un campanello d’allarme per le blockchain pubbliche e aperte.
Ci sarà competizione, anzi c’è già competizione da parte dei grandi gruppi tech, gruppi che hanno capacità e capitali per insidiare il mondo crypto per come esiste già.
La nostra idea, almeno per ora, è che ci sarà spazio per tutti. Ma occhio a credere nell’equivalenza più asset tokenizzati, maggiore crescita per il mondo crypto.
Le cose saranno più complicate di così, servirà uno sforzo importante in termini di credibilità e non tutti i grandi gestori finanziari proveranno ad avventurarsi nel mondo di Ethereum, di Solana o di altre chain.
| Ticker | Emittente | Net Assets | Volume |
|---|---|---|---|
| IBIT | BlackRock | $63,05B | $1,26B |
| FBTC | Fidelity | $14,59B | $273,3M |
| GBTC | Grayscale | $11,78B | $98,0M |
| BTC | Grayscale | $4,12B | $50,6M |
| BITB | Bitwise | $2,98B | $64,5M |
| ARKB | Ark & 21Shares | $2,91B | $40,5M |
| HODL | VanEck | $1,31B | $16,8M |
| BTCO | Invesco | $525,0M | $5,2M |
| BRRR | Valkyrie | $497,7M | $2,3M |
| EZBC | Franklin | $491,5M | $4,3M |
| MSBT | Morgan Stanley | $192,3M | $10,8M |
| BTCW | WisdomTree | $174,0M | $1,3M |
| DEFI | Hashdex | $10,5M | $31K |
Un trend che ha senso?
Sì, ma non perché i grandi gruppi finanziari globali siano tifosi di queste tecnologie. I vantaggi ci sono, sono evidenti, possono aiutare a modernizzare i mercati.
D’altronde la spinta di gruppi come NYSE e Nasdaq in questo senso dovrebbe togliere ogni tipo di dubbio sul tema.
La disponibilità poi di certi asset onchain, avrà delle ripercussioni enormi soprattutto sul mondo low cap delle criptovalute.
Non amiamo scrivere certe frasi sensazionalistiche, ma ora cambia davvero tutto.
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