Sui mercati finanziari globali si muovono forze contrastanti. Le tensioni geopolitiche e finanziarie spingono al rialzo i rendimenti delle obbligazioni, sia negli Stati Uniti sia in Giappone, mentre lo yen continua a indebolirsi. Allo stesso tempo le borse restano vicine ai massimi storici e le crypto attraversano una fase di crollo. Dietro questi movimenti opposti si nasconde una situazione macroeconomica complessa, con dati che si contraddicono e attesa per le mosse delle Banche Centrali.
Attesa per le mosse delle Banche Centrali di America e Giappone
Se il mercato crypto crolla con Bitcoin e Ethereum sotto i riflettori e gli indici azionari segnano nuovi record, in modo più sotterraneo le preoccupazioni arrivano dal Giappone, a lungo simbolo di tassi a zero. Questa stagione sembra finita, con la curva dei rendimenti giapponese in profonda trasformazione.
Il decennale JP10Y rende il 2,652%, mentre il biennale JP02Y si attesta all’1,405%. Il movimento più impressionante riguarda la parte lunga, con il JP30Y che tocca il 3,882% e il JP40Y il 3,750%, quest’ultimo una particolarità di emissione del Giappone.

Per un mercato rimasto per oltre un decennio schiacciato sullo zero, si tratta di un repricing storico. Gli investitori chiedono cedole più alte per detenere carta a lunga scadenza di un’economia con un rapporto debito/PIL tra i più elevati al mondo.
La Bank of Japan in trappola
La Bank of Japan (BOJ) è attesa alla riunione del 15-16 giugno. Il tasso ufficiale è allo 0,75%, il massimo da circa trent’anni, eppure resta irrisorio rispetto ai rendimenti di mercato. A complicare il quadro arriva l’inflazione, scesa all’1,4% ma data nuovamente in salita. Il Giappone resta così orientato a alzare i tassi, anche se con cautela. Ogni rialzo comprime il differenziale con gli Stati Uniti e avvia lo smontaggio del carry trade, la strategia che sfrutta i tassi bassi giapponesi per finanziare investimenti più redditizi. Un processo lento, ma dovrebbe gradualmente sostenere lo yen.
Il fardello del debito record americano
Il fronte più pesante arriva però dagli Stati Uniti con il debito federale che ha raggiunto i 38,51 trilioni di dollari, in crescita del 2,33% nell’ultimo trimestre, come si osserva dal grafico allegato.

Anche la curva dei rendimenti americani mostra tensione. Il decennale (US10Y) rende il 4,532%, il trentennale il 4,999%, appena sopra la soglia psicologica del 5%, mentre il biennale risale al 4,145%. Sono rendimenti che le analisi collocano in zona di rischio e pendono come una spada di Damocle sul Tesoro americano e sulla finanza globale.
La Federal Reserve si riunirà il 16-17 giugno, per la prima volta presieduta da Kevin Warsh, quasi in contemporanea con la BoJ. Più della decisione conteranno i toni. Dalla BoJ il mercato cerca segnali su eventuali strette future, le sole capaci di restringere il differenziale. Dalla Fed, invece, ogni indicazione sui possibili tagli dei tassi sposterà gli equilibri.
Per Dollar Index e Bitcoin correlazione inversa
Il legame tra dollaro e crypto chiude il cerchio. Tassi USA elevati significano dollaro forte, e un dollaro forte sottrae liquidità agli asset di rischio.

Le crypto, prive di rendimento, ne pagano per prime le conseguenze. Il grafico weekly mostra una correlazione inversa netta tra il Dollar Index e Bitcoin. Il DXY è l’indice che misura il valore del dollaro contro un paniere delle principali valute, dall’euro allo yen. Quando il DXY scende, BTC sale e quando il dollaro si rafforza, le crypto arretrano. Oggi il Dollar Index risale a quota 100,071, spinto dai rendimenti elevati e dal differenziale a favore degli Stati Uniti, cioè il divario tra i tassi americani e quelli delle altre economie. Finché il dollaro resta sostenuto dai tassi alti, la pressione sul comparto crypto rischia di non allentarsi.
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