Il Clarity Act continua ad innervosire tutti i soggetti coinvolti. È da qualche tempo che Jamie Dimon, CEO di JPMorgan, è letteralmente fuori di sé per la possibile approvazione di una legge completa sulle criptovalute negli USA che – tra le altre cose – potrebbe permettere agli exchange di offrire, per via indiretta, rendimenti sulle stablecoin. La questione lo aveva portato a dare del testa di… a Brian Armstrong in almeno due occasioni: a Davos, e poi più recentemente in TV. Gli attacchi di Jamie Dimon però hanno innescato una levata di scudi. Prima a difesa del mondo crypto è arrivata Cynthia Lummis, senatrice pro-criptovalute, mentre in settimana è toccato a Brad Garlinghouse, CEO di Ripple.
Il tutto sugli schermi di Fox Business, testata che è tra le più importanti a tema finanziario negli USA, e che non di rado ospita i protagonisti del mondo delle criptovalute.
Il Clarity Act rappresentato in modo fuorviante
In realtà si tratta di una vexata quaestio: quando si vuole demonizzare l’avversario, in questo caso per bloccare il passaggio di una legge, si tende a esagerare la questione. E anche le problematiche di un testo di legge che non piace a nessuno e che però proprio per questo motivo è l’unico compromesso possibile.
Jamie Dimon infatti, avendo come bersaglio i rendimenti sulle stablecoin, ha fatto il proverbiale giro molto largo. E ha parlato di compliance, di maggiore facilità d’azione per il malaffare e in generale di minori protezioni che gli exchange sarebbero in grado di offrire rispetto alle banche. Se il Clarity Act equipara di fatto la detenzione di stablecoin presso un exchange ai conti bancari (cosa non vera), allora il mondo è in pericolo.
Ciò che però interessa di più Jamie Dimon non è la protezione del pubblico, ma piuttosto i depositi che potrebbe perdere in caso di passaggio di una legge che – sempre indirettamente – garantirebbe agli exchange la possibilità di offrire rendimenti.
Si può discutere sul fatto che Brian Armstrong [CEO di Coinbase, NDR] rappresenti o meno il settore. Non lo rappresenta. Rappresenta Coinbase e agisce nell’interesse del suo exchange. Credo però che ciò che Jamie Dimon ha fatto non sia stato un bene. Sta cercando di far credere che il Clarity Act riduca la compliance e renda più facile compiere azioni illecite. Non è vero. È una rappresentazione fuorviante, intenzionalmente, nel tentativo di ridurre il sostegno per il Clarity Act.
Queste sono le parole, in verità assai dure, con le quali Brad Garlinghouse ha parlato della questione. Il leader di Ripple ha anch’egli degli interessi nella questione. Oltre a essere a capo di un conglomerato che oggi incrocia crypto e TradFi, ha in gestione ed emette anche RLUSD, stablecoin legata al dollaro e che ha già una relativa diffusione.
Inoltre, facendo leva sulle recenti acquisizioni di Ripple (le ex Hidden Road e GTreasury) RLUSD è sempre più integrata in quelli che un tempo erano i circuiti finanziari classici.
Interesse contro interesse, dunque, come è giusto che sia. Chissà chi la spunterà: il tempo stringe, ma c’è chi a Washington vorrebbe vedere una prima lettura e approvazione del Clarity Act già prima del 4 luglio.
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