Che ruolo hanno i grandi detentori di Bitcoin nelle scelte future del protocollo? Certamente non la possibilità di imporre la propria, ma possono certamente parlare e cercare – come in ogni dibattito pubblico – di spostare gli equilibri. Sul prossimo grande scisma interno a Bitcoin è intervenuto negli scorsi giorni anche Michael Saylor, che è a capo di Strategy, società quotata che ha circa il 4% del totale dei Bitcoin circolanti.
Michael Saylor si è schierato contro BIP-110, tentativo almeno sulla carta (e secondo i proponenti) di limitare l’utilizzo del network di Bitcoin per usi diversi da quelli monetari, ovvero per caricare sulla blockchain immagini e altri dati che – almeno in via teorica – non dovrebbero appartenergli.
Michael Saylor contro
Il dibattito sul BIP-110, tentativo di modifica di alcuni parametri di validità dei blocchi, sta avvenendo in larga parte tra appassionati di lunga data e tra coloro i quali hanno maggiore interesse nel funzionamento tecnico di Bitcoin. L’intervento di Michael Saylor sarà forse registrato come il primo a cercare di spostare gli equilibri di carattere mainstream.
Michael Saylor, come apparentemente la maggioranza degli appassionati, degli operatori dei nodi, dei miner, è contro questo tentativo di aggiornamento. Sugli aspetti tecnici abbiamo già discusso ampiamente qui e, essendo schierato con la maggioranza, difficilmente Saylor riuscirà a spostare schieramenti che in realtà già esistono e sono già molto netti – anche nei rapporti di forza.
La posizione di Saylor è stata pubblicata su X, con l’evocativo titolo 110 motivi per cui BIP-110 è una cattiva idea. Le motivazioni sono effettivamente 110 e ricalcano il grosso di ciò che i sostenitori del no stanno ripetendo da mesi.
Mancano gli altri grandi
Il fatto che Saylor si sia schierato apre però ad altre interessanti discussioni. Saylor non è l’unico grande detentore di Bitcoin a essere conosciuto e riconoscibile. Ci sono anche i gestori degli ETF – e in particolare BlackRock – che potrebbero dire la loro ma che ancora non lo hanno fatto.
Altro aspetto interessante: questo tentativo non sarà deciso al fotofinish, perché i contrari sono molti di più dei favorevoli. Ma cosa succederebbe nel caso in cui le modifiche, gli aggiornamenti proposti fossero molto più interessanti per il pubblico dei bitcoiner? Quali sarebbero le conseguenze dello schieramento in pubblico di Saylor con una situazione più vicina al 50/50?
Non lo sapremo questa volta – anche se ciò che si respira in queste ore è un forte disinteresse per le opinioni di un soggetto che indirettamente controlla il 4% dei Bitcoin attualmente esistenti. Segnale che la community di Bitcoin ha ancora certi anticorpi, necessari, almeno ad avviso di chi vi scrive, per il corretto funzionamento del network.
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Sorprende che Saylor, dopo anni da paladino di Bitcoin, si schieri contro BIP 110. Ma più che la persona, contano gli argomenti — e i suoi non convincono.
Dice che il vero pericolo è il precedente: usare il consenso per invalidare transazioni valide e pagate. Ma il precedente esiste già: Bitcoin ha sempre definito nei suoi limiti cosa è una transazione valida. BIP 110 non censura persone o idee: limita l’abuso della blockchain come deposito di dati arbitrari, un uso che Satoshi non ha mai previsto e che scarica costi permanenti su chi gestisce un nodo. Ogni megabyte di spam inciso per sempre nella chain è un ostacolo in più alla decentralizzazione: nodi più pesanti, meno operatori amatoriali, più concentrazione.
Il fee market, che Saylor invoca come soluzione, non risolve nulla: lo speculatore che paga per incidere immagini nella chain sta comunque esternalizzando il costo dello storage su tutti gli altri, per sempre. È la definizione stessa di abuso di un bene comune.
Sulla soglia del 55% si può discutere, ed è la critica più seria. Ma il punto di fondo resta: Bitcoin è nato come contante elettronico peer-to-peer, non come archivio universale. Preservarne l’integrità e la compattezza non è censura: è manutenzione dello spirito originale. È triste vedere quanto l’avidità sappia corrompere anche le idee più elevate.
Dato che siamo in vena polemica, Bitcoin non era nato neanche per ospitare gli OP_RETURN biblici di Luke Dashjr. Io personalmente trovo un po’ pelosi, non te la prendere, anche i tuoi di argomenti. A partire dal richiamo all’autorità di Satoshi (che tra le altre cose ha iscritto dati sulla chain, di tipo non monetario). Se poi devono continuare gli “ad personam”, tra Eligius e il blocco dei trasferimenti alle case da gioco, direi che Dashjr non è nella posizione di pontificare su nessuno e su niente.