L’inflazione USA è leggermente più bassa delle aspettative, almeno per la versione headline, che è quella classica e che include anche alimentari e energetici. In linea con le aspettative e comunque in leggero calo rispetto alla lettura precedente l’inflazione core, che però si ferma a 2,5%. Nel momento in cui pubblichiamo il dato grande attività sui mercati seppur in un range ristretto.
Si tratta di un dato positivo, per quanto difficilmente decisivo per la prossima decisione del FOMC sui tassi di interesse. Al netto della volatilità, che dovrà trovare poi conferma all’interno della sessione USA, rimarrà questo un dato che sarà fonte di enormi polemiche di carattere politico.
I dati
Analisti e banche d’affari si aspettavano un dato più basso rispetto alla precedente lettura, con previsioni che indicavano in +2,5% il rialzo previsto per i prezzi, sia in versione headline (prezzi con paniere completo), sia invece per i prezzi core (che non includono energetici e alimentari).
Il risultato che è arrivato è leggermente inferiore alle aspettative. La CPI headline anno su anno si ferma a +2,4%, dato che è il più basso da maggio 2025, ovvero da quando furono annunciati i dazi di Trump (che fecero il loro esordio mediatico soltanto il mese precedente).
Rimarremo in attesa dei dati scorporati per poi discutere la situazione anche sul nostro Canale Telegram ufficiale – dove avresti già ricevuto tutte le informazioni necessarie sull’inflazione e dove puoi seguire ogni notizia in grado di muovere i mercati.
Crypto e Bitcoin leggermente in positivo
Non è per ora una grande performance, ma c’è stato comunque un accenno di reazione positiva da parte di Bitcoin e del resto del comparto crypto. Ethereumtenta il recupero dei 2.000$, mentre a guadagnare di più della top 10 è XRP di Ripple, che in un’ora porta a casa circa l’1% di gain.

Per ora i movimenti, per quanto veloci e caratterizzati da volumi più alti del solito, sono comunque confinati all’interno di un range relativamente ristretto e privo di grandi spunti.
Ipotesi tagli a marzo – quando il 18 si riunirà il FOMC per decidere – rimane comunque minoritaria. Rispetto a ieri c’è un +1,4% del sì ai tagli, ma comunque sotto il 10% (e per la precisione a +9,8%).
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