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Noi, incapaci di intendere e di volere che amano Bitcoin. Prezzo giù unica chance per sentirsi giusti

I bitcoiner? Incapaci di intendere e di volere. L'articolo de Il Fatto Quotidiano conferma uno sfortunato filone.

La caduta dei grandi è l’unico godimento possibile dei meno fortunati. Lo abbiamo visto con chi si prende gioco di Ilia Malinin, probabilmente il più grande pattinatore della storia, colpevole di aver fallito un grande appuntamento come quello delle Olimpiadi. Lo vediamo ciclicamente su Bitcoin. Chi se n’è sempre disinteressato, costretto al silenzio in un buon 90% dei casi, può avere i suoi 15 minuti di velavevodetto quando l’asset corregge. Motivo, questo, che rende particolarmente odiose le correzioni. Non perché si perde del denaro (si può benissimo non vendere, figurarsi), ma perché si viene bombardati di articolesse di sedicenti esperti, di specialisti del nulla, se non del non prendersi mai un rischio, del non provare mai qualcosa di nuovo.

eToro propone fino a 500$ bonus in asset. Ci sono anche quelli che piacciono di più ai giusti: azioni, ETF e materie prime (e anche titoli con flusso di cassa!)

Hanno la stessa identica reazione davanti a qualunque novità. Ce l’hanno avuta nei confronti di internet (come dimenticarsi Grillo che prendeva a martellate un computer?), del telefono, dell’elettricità, dell’acqua potabile in casa, degli antibiotici. Ce l’hanno avuta più di recente anche contro la più grande innovazione finanziaria retail degli ultimi 30 anni, ovvero gli ETF. Ultimo in ordine temporale – e anche in originalità dell’attacco – è Luca Ciarrocca, che dalle colonne de Il Fatto Quotidiano tuona: «Bitcoin dimezzato: per i cripto-fenomeni un rinfrescante -50% sul groppone». Tanto livore, tanta maleducazione – ma sappiamo che in certi pulpiti ora il turpiloquio è cool – poca informazione. Sono quei famosi 15 minuti di popolarità ogni quattro anni.

Tante bugie, ma l’importante è sembrare dei dritti

Sui toni lasceremo il lettore giudicare. Sui pochi non-fatti però riportati, è nostro dovere segnalare ogni bugia scritta da chi ha speso più tempo a scrivere che a leggere, più tempo ad arrabbiarsi che a conoscere. È obbligatorio interessarsi a Bitcoin e al suo funzionamento? Certo che no. È obbligatorio scriverne? Neanche.

La novità degli ultimi tempi, ci informano, sono gli ETF. Per i non addetti ai lavori, è il modo in cui la finanza speculativa ha impacchettato il rischio (Bitcoin compreso) per venderlo nei canali ufficiali dei grandi marchi di Wall Street.

È tutto un magna-magna, come al solito. Gli ETF non sono (anche quelli che hanno sottostante TradFi) una delle più grandi innovazioni della storia dei mercati, ma sono finanza speculativa che impacchetta il rischio, i grandi marchi di Wall Street, il gomblotto per intenderci di massoni incappucciati che magari si riuniscono pure in qualche isoletta privata.

Niente di tutto questo: gli ETF sono dei veicoli regolamentati, comodi, che non impacchettano assolutamente il rischio spacciandolo per inesistente. Sono comodi, a basso costo, oggetto di controlli da parte delle autorità che tanto piacciono ai nemici di Bitcoin e permettono – in tanti casi – accesso a investimenti che un tempo erano a esclusivo appannaggio della classe alta. Sono probabilmente il più grande strumento di democratizzazione della storia della finanza, anche se alla loro uscita, decenni fa, si presero la loro bella dose di insulti e di calunnie, anche dalle prestigiose pagine del Financial Times. Lo ha ricordato pochi giorni fa Eric Balchunas di Bloomberg, che pur non leggendo Il Fatto Quotidiano ne ha ben inquadrati i tipi umani. Evidentemente ammorbano anche la stampa USA.

Che finisca per essere un buon investimento o meno, non posso non apprezzare la capacità di Bitcoin di irritare quelli che piacciono alla gente che piace. La quantità di fastidio che provoca è direttamente proporzionale al livello di “altezzosità da sommo sacerdote” che uno si porta addosso. Anche gli ETF hanno avuto un effetto simile, soprattutto agli inizi e il Financial Times faceva regolarmente terrorismo mediatico anche su quei prodotti.

Si contesterà che Bloomberg, per sua natura, deve essere necessariamente vicino ai poteri forti di cui sopra, quelli che stanno impacchettando il rischio. I più svegli tra i nostri lettori noteranno che contro gli ETF (in particolare quelli crypto), si sono schierati la stessa Bloomberg, Financial Times, The Economist e anche tutte le periferiche pubblicazioni economiche italiane.

E infatti è facilissimo, il tappeto rosso steso all’ingresso si è trasformato in una botola oleata all’uscita. Appena tira aria di tempesta, i capitali “coraggiosi” scappano più veloci di uno sprinter quando sente lo sparo, comprimendo i tempi del disastro.

Questo è falso – e non ci vuole molto a consultare dati pubblici che smentiscono lo scarico degli ETF, che invece hanno avuto outflow molto modesti in relazione alla correzione. Di più, da quando esistono gli ETF hanno – dato netto – incamerato 54 miliardi di investimenti su Bitcoin. Cinquantaquattro miliardi. E dal picco del 10 ottobre – quando tale cifra era a 62 miliardi – hanno ceduto in termini di capitali poco più del 10%.

Gli inflow cumulativi su Bitcoin

Possiamo anche guardarla dalla prospettiva dell’AUM – che misura il valore in dollari delle detenzioni degli ETF. Dal massimo hanno perso circa il 50%. Che è esattamente quanto ha perso Bitcoin in termini di prezzo.

AUM LINEA
AUM perfettamente in linea – nessuna “botola oleata”

Bastava poco per controllare, ma poi una certa narrativa sarebbe venuta meno.

Tornando poi al dato del prezzo, che è l’unico che interessa a certe latitudini: dall’esordio degli ETF, della botola oleata di cui sopra, Bitcoin ha triplicato il suo prezzo. E ancora oggi vale oltre il +50% rispetto agli esordi di questi prodotti.

Conclusioni che – lo ripetiamo – si possono trarre senza accesso a dati arcani. Sono disponibili per tutti, a patto di volerci guardare.

Un po’ di storia

John Bogle, un’autentica leggenda della storia della finanza, lanciò nel 1976 il primo fondo che replicava un indice in modo passivo. Oggi sono la forma più comune di investimento (vi piacciono MSCI World, S&P 500, Nasdaq 100 – o meglio, i titoli che li replicano, no?).

ETF UP
Questo si diceva, ai tempi, degli ETF (in generale). Poi sono diventati lo strumento finanziario più importante di sempre. Fonte: Eric Balchunas, Bloomberg

Sapete come lo definivano i giornali di allora? La sciocchezza di Bogle. Oggi i fondi a replica passiva valgono per flussi – anche in Europa – più del doppio delle golose gestioni attive. Golose, si intende, per il gestore, che carica anche dieci volte le commissioni che il mercato gli impone su quelle passive. A proposito di magna magna.

I sacerdoti di Bitcoin, l’algoritmo mistico e l’incapacità di leggere codice

La lunga serie di e non aggiungo altro si conclude con una disamina tecnica di Bitcoin che è poi sempre la stessa. Chi ci dice che saranno 21 milioni, e Satoshi non l’aveva scritto, ed è una convinzione da soggetti incapaci di intendere e di volere. Scrive Ciarrocca:

Restano i famosi 21 milioni di pezzi, una cifra che i devoti citano come un versetto biblico ma che, a voler fare i pignoli, nel White Paper originale di Satoshi non compare nemmeno (Satoshi lo scrive altrove).

Ok, e quindi? A voler fare i pignoli anche in un documento scarno – per ovvi motivi – è già indicata la gestione della supply che Satoshi ha in mente.

Once a predetermined number of coins have entered circulation, the incentive can transition entirely to transaction fees and be completely inflation free.

Che per chi non parla inglese vuol dire:

Una volta che una quantità predeterminata di coin sarà entrata in circolazione, l’incentivo (per i miner, NdR) può muoversi verso le commissioni di transazione – e far diventare il sistema completamente libero da inflazione.

Nella prima versione del codice di Bitcoin che Satoshi consegnò al mondo, era già presente l’implementazione di tale meccanismo.

int64 CBlock::GetBlockValue(int64 nFees) const
{
  int64 nSubsidy = 50 * COIN;

  // Subsidy is cut in half every 4 years
  nSubsidy >>= (nBestHeight / 210000);

  return nSubsidy + nFees;
}

Anche qui, per chi non dovesse avere dimestichezza con certe lingue, c’è semplicemente scritto che i token di nuova emissione sono 50 e che ogni 210000 blocchi (ogni circa 4 anni, dato che il sistema converge verso i 10 minuti a blocco) vengono dimezzati.

L’articolo parla di comandamento digitale irrevocabile quanto arbitrario. Un giochetto retorico dove la forma – ahinoi – cerca ancora di coprire l’assenza di sostanza. Due persone possono mettersi d’accordo per modificare il codice di Bitcoin, chiamarlo CiarroccaCoin e decidere che questo limite non vale più.

Quello che non possono fare è imporlo agli altri, al contrario dell’ordine monetario mondiale che, sempre secondo Ciarrocca, Bitcoin non potrà sostituire.

  • I flussi di cassa: Signore pietà

Bitcoin non è un’azienda e non vende nulla e per definizione, come l’oro, non può avere flussi di cassa. I più arguti tra i nemici del protocollo tirano costantemente fuori questa storia dei flussi di cassa come se fosse qualcosa di particolarmente intelligente da dire. Ahinoi non lo è.

Il dispiacere – al quale nonostante l’invito con il quale si chiude l’articolo non risponderemo con degli insulti – è che ci pare che lo stesso autore sia stato, in passato, decisamente sensibile a certe storture delle banche centrali, tra QE che arrivano sempre prima ai soliti noti (lì sì che il magna magna è evidente) e altri difetti.

Bitcoin non ce la farà a diventare dominante? Possibile, anzi probabile. Noi oggi però, in questo preciso istante, possiamo inviarne a chi è a 10.000 km da noi, senza aspettare che le banche aprano lunedì e senza dover chiedere il permesso a nessuno. Che è poi esattamente la promessa di Satoshi Nakamoto nel vilipeso Whitepaper. La libertà ha un costo? Pazienza. Chi ha Bitcoin in tasca è evidentemente ben disposto a sopportarne la volatilità in cambio della solida realtà che è già in grado di rappresentare.

Tick-Tock, next block.

P.S. Per gli amici di Bitcoin: è ora di diventare adulti e non cercare la validazione della stampa mainstream e dei giurassici del velavevodetto. Perché alla fin fine they hate us ‘cause they ain’t us.

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Cosimo
Cosimo
1 ora fa

Aspettiamo lungo il fiume a gambe incrociate guardando la corrente. Il futuro non lo puoi fermare e nemmeno il cambio epocale della finanza. Un abbraccio ragazzi e grazie per ciò che fate .

sfuzzone
sfuzzone
1 ora fa

Ciarrocca non è nuovo a queste sparate. SI veda l’articolo del 18 novembre dal titolo “Crolla il bitcoin ed è già un bagno di sangue: i fan si dannano ma gli sta bene”. E dopo un simile titolo e articolo, si lamenta di aver ricevuto “250 insulti”. Oppure l’articolo del 19 gennaio su Tether, dove con lo stesso tono parla di Devasini “ex chirurgo plastico”. Siamo al limite del trollaggio. Non escludo che gli insulti verso le cripto e i bitcoiner (nella speranza di riceverne a sua volta) sia parte di una precisa strategia click-bait, secondo il consueto motto pubblicitario “tutto purchè se ne parli”.