La DeFi ci è sempre stata venduta come una tecnologia in grado di rendere enormemente più efficienti i mercati finanziari, grazie soprattutto ai costi minori di un mercato gestito dal codice e alla possibilità di operare 24/7 anche quando le banche e le borse riposano. Purtroppo però, una ricerca condotta da Dune Analytics mostra come il settore della finanza decentralizzata sia ancora molto lontano dalla condizione di massima produttività che predicano gli appassionati.
Secondo quanto emerso dallo studio, circa l’85% di tutta la liquidità depositata sulle pool dei DEX è sottoutilizzata, ossia non viene effettivamente impiegata per produrre rendimenti ai suoi fornitori e non contribuisce ad aumentare la profondità del mercato. Questa è una dinamica che costa ben 150 milioni di dollari all’anno al settore DeFi, intesi come mancati ricavi in commissioni di trading che potrebbero essere generati se la liquidità venisse sfruttata al massimo del suo potenziale.
Liquidità in DeFi: in che senso è sottoutilizzata?
Questo è un concetto che potrebbe risultare poco intuitivo, soprattutto ai meno esperti. Innanzitutto, dovete aver ben chiaro come funzionano le pool di liquidità e i token LP, strumenti che rappresentano la spina dorsale dell’industria DeFi. Se non conoscete questi argomenti, fermatevi un attimo e approfittate per recuperare le basi prima di proseguire con la lettura.
Tornando a noi, quando si fornisce liquidità in una pool, non sempre (anzi molto raramente) capita che questa venga utilizzata ricorrentemente durante un arco limitato di poche ore o giorni. Inizialmente, nei primi prototipi di piattaforme AMM (Automated Market Maker), tutta la liquidità depositata dagli LP era depositata in modo uniforme lungo tutta la curva di prezzo. Questo significava che tutti i fondi erano sempre disponibili per gli scambi, seppur solo una piccola percentuale venisse effettivamente utilizzata.
Successivamente, con l’avvento del concetto di “liquidità concentrata”, introdotto da Uniswap nella sua versione V3, gli utenti hanno iniziato a posizionare la propria liquidità su determinate fasce di prezzo in modo da ottenere maggiori commissioni e rendere il capitale più produttivo. Così facendo, si permette di concentrare i fondi disponibili nelle zone di prezzo dove avviene realmente il trading, offrendo una maggiore efficienza rispetto ai modelli AMM tradizionali.
Il modello a liquidità concentrata di Uniswap
Come nell’esempio qui sotto, all’interno della pool ETH/USDC di Uniswap V3 si può impostare un range di prezzo pari a ±9,27% rispetto al valore corrente, fissato a $1.836 per $ETH. Ciò significa che se il prezzo della moneta dovesse rimanere compreso tra $1.665 e $2.006, la posizione di liquidità continuerà a incassare fees dal trading. In caso contrario, non guadagnerà nulla.

Questo modello sembrava teoricamente una soluzione perfetta per evitare che miliardi di dollari restassero inutilizzati su livelli di prezzo lontani senza produrre rendimenti. Eppure, lo studio di Dune conferma che il problema non è stato ancora risolto, o meglio, è stato risolto solo parzialmente.
I numeri dello studio di Dune sull’inefficienza della liquidità in DeFi
Secondo quanto emerso dalla ricerca di Dune Analytics, l’85% della liquidità impiegata in pool DeFi non svolge la funzione per la quale è stata depositata, ergo, non produce commissioni di trading. Come anticipato, il danno di questa falla è stimato intorno ai 150 milioni di dollari all’anno tra tutti i protocolli decentralizzati, con i maggiori DEX colpiti che includono Uniswap, PancakeSwap e Aerodrome.
Il costo maggiore è ai danni di Uniswap, che vede rinunciare a ben 116 milioni di dollari all’anno di commissioni mancate, mentre PancakeSwap e Aerodrome cedono rispettivamente 25 milioni di dollari e una cifra compresa tra i 6 e i 12 milioni.

Ci sono però molti altri dati curiosi che emergono dallo studio di Dune, che ha coinvolto 26 snapshot settimanali tra il 6 gennaio e il 30 giugno su 200 pool diverse. Andando in ordine:
- I modelli a liquidità concentrata, seppur ancora inefficienti per l’85%, funzionano meglio degli AMM standard, dove il 98,7% della liquidità si trova costantemente fuori della banda di negoziazione.
- Maggiore è la posizione LP, minore è tendenzialmente la percentuale di capitale inattivo. I grandi fornitori di liquidità sono in genere più attenti al rendimento dei propri asset, anche se le loro dimensioni (posizioni maggiori di 1 milione di dollari) fanno sì che rappresentino circa il 47% del capitale complessivamente inutilizzato.
- Su Uniswap, il 44,5% del capitale fuori range diventa inattivo dopo in media 90 giorni. Inoltre solo il 35% di questi fondi si trova entro il 5% dal prezzo di mercato, mentre il 17% dista oltre il 100% dalle quotazioni.
Da cosa è dovuta questa falla di efficienza in DeFi?
Secondo Dune, il problema principale non sono le piattaforme DeFi, ma gli utenti stessi. Per quanto riguarda la blockchain di Ethereum, i wallet degli investitori al dettaglio coprono 94 centesimi di ogni dollaro inattivo, ossia il 94%. La percentuale scende su altre chain ma rimane ancora pericolosamente elevata.
Molto dipende anche dalla volatilità degli asset all’interno della coppia: su PancakeSwap, dove sono spesso listate altcoin a bassa capitalizzazione, è tendenzialmente più difficile rimanere con la propria liquidità all’interno del range prestabilito. In altri casi è invece proprio un fenomeno strutturale: molti utenti dispongono deliberatamente i propri fondi a livelli di prezzo lontani da quelli attuali in modo che la posizione funga come un ordine a limite (mano a mano che viene raggiunto il target la posizione si ribilancia per via dell’impermanent loss, ndr.).
Oltretutto, c’è anche da specificare come i 150 milioni di mancati rendimenti di cui si discuteva sopra non siano un valore realmente recuperabile qualora tutta la liquidità fosse impegnata su range attivi. Le commissioni dipendono infatti dal volume di trading e non dalla quantità complessiva di capitale depositato. Di conseguenza, la stima dei 150 milioni è solo una stima teorica degli introiti persi che però non rispecchia necessariamente la realtà.
Ci sono delle soluzioni per migliorare?
Assolutamente sì. Da un lato serve sicuramente maggiore consapevolezza da parte degli utenti nel comprendere che una posizione di liquidità calibrata su livelli lontani dal prezzo attuale può risultare poco efficiente e far perdere potenziali fees. C’è forse anche qualche barriera di UI che non stimola i fornitori di liquidità passivi a ricontrollare periodicamente le proprie posizioni e a gestirle nella maniera più adeguata possibile.
Dall’altro i protocolli potrebbero – ed è probabilmente la direzione che si sta prendendo negli ultimi mesi – impiegare autonomamente i capitali improduttivi delle pool su prodotti strutturati che investono in soluzioni ibride per generare rendimento a vantaggio degli utenti. Ne è un esempio quanto introdotto da Aave con il suo Reinvestment Module, feature della nuova versione V4 del protocollo, che deposita la liquidità inattiva in vari strumenti che generano yield, tra cui anche i titoli del Tesoro Usa.
In ogni caso, nonostante ancora la maggior parte dei fondi che si trovano su DEX DeFi non sia utilizzata nel migliore dei modi, dobbiamo riconoscere come il settore stia diventando progressivamente sempre più liquido e profondo, attirando contestualmente anche crescenti volumi di trading. Pensate che ad oggi oltre il 17% di tutti i volumi di scambio spot in crypto avviene su DEX, con una quota di mercato aumentata sensibilmente negli ultimi anni.
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