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Solana Washington

Anche Solana scende in campo per il Clarity Act: “È ora di agire”. Il tempo però è quasi terminato

Anche il centro di lobby di Solana si schiera. E invia una lettera ai responsabili al Senato.
Solana Washington

Anche il Solana Policy Institute – l’ufficio legato al protocollo incaricato di fare lobby a Washington – invia una lettera al Senato. Precisamente la invia al leader della maggioranza John Thune e al leader della minoranza Chuck Schumer, invitando tutti a darsi una mossa. Di tempo per portare quantomeno al voto il Clarity Act ce n’è sempre meno, per approvarlo quasi non ce n’è più. E dopo i grandi della finanza tradizionale (tra i quali BlackRock e Fidelity) ora tocca anche agli uffici di lobbisti pro crypto.

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“Il momento di agire è ora”: questo è il sunto di una lettera firmata dall’istituto, in quella che è la fase certamente più importante dei difficili rapporti tra mondo crypto e politica statunitense.

Serve chiarezza

Il tema è quello che è stato sfruttato da tutti i sostenitori del provvedimento, che se approvato offrirà per la prima volta un quadro legale completo per le criptovalute, per gli investitori, per gli intermediari e anche per la finanza decentralizzata.

Un quadro chiaro che però ha tanti nemici e tanti ostacoli da superare: dalla presenza della famiglia Trump nel settore (con incassi record nel corso degli ultimi due anni), ai rendimenti legati alle stablecoin, pallino di uno o due exchange di criptovalute. Ostacoli superabili, ma con il tempo per le discussioni che è ormai finito.

Il Solana Policy Institute non è certamente solo in questa battaglia: siamo infatti davanti a un gruppo relativamente compatto che vede anche la partecipazione di BlackRock, di Fidelity e – cosa inaspettata – anche di Goldman Sachs.

Le midterm giocano però a favore del no

C’è il problema delle elezioni di novembre, che rinnoveranno parzialmente il Congresso. Ci si aspetta il ritorno di una maggioranza di marchio democratico, che potrebbe così impostare la discussione su tematiche più favorevoli a chi è oggi all’opposizione.

Affinché il provvedimento passi, con l’attuale configurazione del Senato USA, serviranno almeno 7 voti tra indipendenti (sono in due) e democratici. Secondo Bloomberg quei voti ci sarebbero, se non fosse che i vertici del partito hanno promesso conseguenze politiche a chi non dovesse votare no.

Una situazione che può sbrogliarsi nelle prossime ore? Servirebbe il più proverbiale dei miracoli. Non sarebbe la prima volta – e la speranza, come si suol dire – è sempre l’ultima a morire.

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