Il budget di sicurezza rappresenta la spesa indiretta che una blockchain paga ai soggetti incaricati di proteggere il consenso, come una sorta di incentivo economico per mantenere la rete sicura. Nel caso di Bitcoin questa spesa finisce nelle tasche dei miner, che si occupano di validare transazioni e competere tra di loro per aggiungere nuovi blocchi attraverso l’algoritmo Proof-of-Work, così da rendere inalterabile (o comunque estremamente difficile da modificare) la cronologia della chain.
Ora, questo budget ha un problema che non si vedeva dal lontano 2015, quando Bitcoin veniva negoziato al di sotto dei 400 dollari. E se ve lo state chiedendo, non dipende dall’hashrate, che dai massimi è crollato del 20%, né dalla progressiva conversione delle mining farm in grandi data center per il calcolo HPC destinato alle applicazioni del settore AI. Piuttosto, si tratta di una questione che riguarda la scarsa adozione della blockchain lato utente.
Il budget di sicurezza nelle blockchain: come funziona per Bitcoin ed Ethereum?
Facciamo un passo indietro. Il budget di sicurezza della blockchain di Bitcoin non è finanziato da un’entità esterna, ma deriva semplicemente da ciò che gli utenti pagano per usare la rete e dall’inflazione di $BTC. I più bravi direbbero che questa spesa è composta dal block subsidy, cioè i nuovi $BTC emessi come ricompensa ad ogni blocco (attualmente a 3,125 $BTC), e dai costi di commissioni delle transazioni.
Per Ethereum vale più o meno la stessa cosa, con le sole differenze che $ETH non ha una supply massima predefinita – anche se si sta parlando ultimamente di un aggiornamento per stoppare l’inflazione dallo staking – e che questi fondi vanno ai validatori (algoritmo di consenso Proof-of-Stake) invece che ai miner.
Ogni chain che si rispetti deve assicurarsi che l’incentivo economico del budget di sicurezza sia sufficiente a garantire la salubrità del network e a scoraggiare comportamenti scorretti, come ad esempio gli attacchi al 51%.
Bitcoin ha un problema: questa cosa non succedeva dal 2015
Come anticipato, Bitcoin ha un grattacapo da risolvere che dipende dal fatto che la blockchain sia ultimamente poco utilizzata dagli utenti. Come evidenziato dai dati Glassnode, in questo momento solo lo 0,7% dei ricavi dei miner proviene dalle commissioni di transazione, con la quasi totalità del budget di sicurezza che dipende dalla creazione di nuovi $BTC, ossia dal block subsidy.
In realtà, non è una grossa novità che le commissioni del network siano crollate: già da tempo si discute della bassa domanda di blockspace, soprattutto durante i periodi di bear market. Nelle fasi bull infatti, storicamente il traffico sul network tende a crescere, complice l’aumento degli scambi e il maggior interesse dei retail, anche se nell’ultimo ciclo il grosso dei movimenti è arrivato grazie al trend delle inscriptions e degli ordinals.
Il problema è che ormai a questo giro di bear market, le fees di transazione su Bitcoin sono scese molto più in basso rispetto agli scorsi cicli. Pensate che la percentuale dei ricavi dei miner legata alle commissioni è rimasta inferiore all’1% per quasi un anno. L’ultima volta che avevamo visto una percentuale dello 0,7%, come quella attuale, Bitcoin viveva nel 2015 e i suoi prezzi erano di circa 388 dollari.

Nessuno usa più Bitcoin?
In realtà non è del tutto esatto affermare che la rete sia stata abbandonata. In questo momento il numero di transazioni effettuate si trova incredibilmente ai massimi storici, con una media giornaliera (normalizzata su una base a 30 giorni) di oltre 660.000 tx. Questo fattore è dovuto sia al calo dei prezzi di febbraio, che ha risvegliato molti holder storici, sia al recente hack di Coldcard che ha spinto diversi utenti a cambiare indirizzo.
Negli ultimi anni, una parte dei detentori di Bitcoin si è spostata off-chain su exchange centralizzati o su soluzioni di custodia come gli ETF, ma sembra che sia comunque rimasta una base solida di attività nel contesto on-chain.

Il problema è che queste transazioni portano poche commissioni ai miner. Il modello delle fees di Bitcoin funziona come un’asta: ogni blocco ha uno spazio limitato e gli utenti devono contendersi questo spazio offrendo la fee più alta possibile, così da convincere i miner a dare priorità alla propria operazione rispetto ad altre ferme nella mempool.
Evidentemente, da oltre un anno c’è poco interesse da parte degli utenti a poter essere inclusi in un blocco prima di altri. Si crea poca congestione su Bitcoin e chiunque può effettuare una transazione senza contribuire in modo significativo al budget di sicurezza della blockchain.
Cosa significa tutto questo per Bitcoin?
Finora ne abbiamo parlato come un “problema” ed effettivamente questa situazione non sembrerebbe essere sostenibile nel lunghissimo periodo. In futuro infatti, quando il block subsidy scenderà a zero (si stima attorno al 2140), il budget di sicurezza sarà finanziato solo ed esclusivamente con le commissioni di transazione pagate dagli utenti.
E cosa succederebbe se i proventi di queste commissioni non fossero più sufficienti come incentivo economico? Teoricamente parte dei miner potrebbe decidere di staccare la spina e smettere di proteggere il network, portando conseguentemente a un calo dell’hashrate e rendendo un attacco al 51% più semplice da compiere (anche se economicamente poco conveniente per chi lo esegue).
Ad ogni modo, queste sono supposizioni che riguardano un possibile problema che emergerà, forse, tra più di 100 anni. Non possiamo sapere se ci sarà un’adozione di massa, né se il mondo inizierà davvero a utilizzare la blockchain di Bitcoin su larga scala.
Non possiamo neanche immaginare come potrebbe evolvere il protocollo per far fronte a un’eventuale crisi del budget di sicurezza, né come interverrebbero tutti quegli investitori istituzionali che operano in ambienti off-chain, ma che investono su un asset la cui sicurezza dipende dalla salute on-chain. Insomma, forse è troppo presto per dire che Bitcoin ha un problema, anche se è legittimo interrogarsi su cosa ci riserverà il futuro.
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