I prezzi di Bitcoin viaggiano stabili da ormai qualche settimana nonostante la situazione incerta dei mercati e alcuni sviluppi negativi per il settore, come il recente caso dell’hack di Coldcard. Tuttavia, c’è un altro elemento che sembra preoccupare gli appassionati: un indicatore chiave per la criptovaluta che, dai massimi di ottobre, ha perso oltre il 20% del suo valore – in un evento estremamente raro che si era verificato soltanto altre 3 volte in 17 anni di storia.
Stiamo parlando dell’hashrate, metrica che definisce lo stato di salute della blockchain di Bitcoin. In particolare, la sua media a 7 giorni sarebbe passata da 1,15 ZH/s fino a toccare gli 0,85 ZH/s qualche giorno fa, segnando un calo del -26% circa. Da cosa è dovuta questa contrazione? Rappresenta davvero un problema per Bitcoin?
L’hashrate di Bitcoin raggiunge livelli “critici”
L’hashrate è semplicemente un indicatore che calcola il numero di hash al secondo prodotti dai miner Bitcoin, ossia la somma della capacità di calcolo complessiva della rete. Si tratta di una metrica fondamentale per l’ecosistema poiché definisce indirettamente il livello di sicurezza del network, o meglio, quanta forza computazionale servirebbe per tentare di compromettere la chain.
Storicamente questo parametro è sempre cresciuto mano a mano che $BTC è diventato un asset riconosciuto a livello globale, con poche sporadiche occasioni di flessione. Infatti, dal 2020 a oggi, l’hashrate è aumentato di oltre 10 volte, con i minatori che hanno raggiunto la consapevolezza di quanto fosse importante (e vantaggioso) poter contribuire con i propri hardware all’estrazione di nuovi blocchi.
Tuttavia, da ottobre 2025 a oggi, vediamo come il grafico dell’hashrate (su una media a 7 giorni) mostri una discesa piuttosto insolita se rapportata al trend storico del network.

Come riporta l’analista Darkfost di CryptoQuant, questa è la quarta volta nella storia di Bitcoin che l’hashrate registra un calo più profondo del 20%. L’ultima volta che era successo ci trovavamo a luglio 2021, periodo in cui la Cina aveva vietato il mining della criptovaluta (per l’ennesima volta), innescando una chiusura massiccia delle farm e una successiva riapertura in altri Paesi come il Kazakistan e la Russia.
In quell’occasione la metrica impiegò circa 6 mesi a tornare ai livelli pre-ban cinese, mentre oggi sono circa 10 mesi che il drawdown si estende su valori sempre più distanti dai massimi, segno di un contesto completamente diverso rispetto al 2021.
Perché l’hashrate di Bitcoin è in calo?
In genere l’hashrate scende quando i miner non sono più incentivati a tenere accese le proprie macchine, ovvero quando gli introiti dell’attività di mining (block reward + fees) non sono più sufficienti a coprire le spese operative e a garantire un margine di profitto. Ebbene, vediamo effettivamente come la stima del “miner revenue per exahash”, ossia il guadagno lordo dei miner di Bitcoin per ogni exahash prodotto, sia al momento ai minimi storici a circa 32.000 dollari.
Sebbene questa metrica tenda naturalmente a diminuire nel tempo per effetto dell’halving e della crescita della platea degli operatori, è evidente come al momento il mining non sia l’attività più proficua del settore crypto, considerando soprattutto che ci sono diversi costi da sostenere per arrivare a quel profitto potenziale. Non è però per questo motivo, almeno non completamente, che l’hashrate sta mostrando una contrazione così netta.

Una delle cause più impattanti di questo crollo dell’hashrate è infatti la progressiva conversione delle infrastrutture di calcolo dei miner verso data center dedicati ad applicazioni AI. In più occasioni vi abbiamo parlato di come l’intelligenza artificiale stia assaltando il mining di Bitcoin, approfittando dei siti già predisposti e dell’accesso all’energia a basso costo per cavalcare il trend del settore HPC e l’elevata domanda per la capacità di calcolo.
Operatori come MARA Holdings hanno già convertito una buona parte della propria produzione a questo tipo di lavoro, e stanno ora continuando la maxi riallocazione verso i data center, vendendo oltretutto qualche $BTC dalle proprie riserve. Anche altri miner, come Core Scientific, hanno scelto di puntare sempre di più all’hosting per servizi AI, innescando una massiccia riduzione della potenza di calcolo destinata a Bitcoin.
Quando l’AI paga più del mining
In tutto ciò, non dobbiamo biasimare del tutto i miner che hanno scelto di abbandonare Bitcoin. La loro attività di business è storicamente complessa da gestire per via delle mille variabili in corso, tra cui il prezzo di Bitcoin, la quantità totale di hashrate, la difficulty dei miner, il costo dell’energia e altri fattori esogeni (es. regolamentazione) che non contribuiscono a rendere il mining un’attività prevedibile e costante nel lungo periodo.
A questo va aggiunto il fatto che i miner sono stati fortemente corteggiati dagli hyperscaler e dai grandi operatori AI con contratti multimilionari (talvolta anche miliardari) per cedere temporaneamente la propria potenza di calcolo e indirizzarla altrove. In tal senso, l’AI sta battendo Bitcoin, almeno a suon di cash, seppur questa transizione non stia toccando tutti i miner, e con la possibilità che questa grossa domanda per i data center venga meno in futuro.
È un problema per Bitcoin?
No, e per ora non sembra esserlo neanche lontanamente. Bitcoin ha vissuto per 16 anni con un hashrate inferiore ai livelli attuali, senza attraversare alcuna difficoltà significativa, e non sarà un calo del 26% dai massimi a mettere a repentaglio la sicurezza del network. Certo è che se il trend dell’AI dovesse continuare a spingere ancora nei prossimi mesi, potremmo vedere altri miner cedere e staccare le proprie macchine dal circuito di Bitcoin.
Potrebbe dunque esserci un nuovo calo dell’hashrate in futuro, e questo potrebbe indebolire ulteriormente le difese teoriche del network. Vi ricordiamo tuttavia che il mining di Bitcoin è un’attività che si autoregola: più miner escono, più il business diventa proficuo a parità di prezzo della criptovaluta.
Ci sarà dunque sempre, con molta probabilità, una base solida di operatori che resteranno fedeli a Bitcoin, non tanto per questioni ideologiche, ma per gli incentivi dettati dalla teoria dei giochi.
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