Mai così male dal 2008. È un titolo che abbiamo letto centinaia di volte nelle ultime settimane – per un esercito del clickbait che non va mai in ferie. Questa volta però le cose sono serie, tant’è che il noioso formato del titolo compare addirittura sulla prima pagina di Bloomberg. A essere nel momento peggiore della loro esistenza dal 2008 sono infatti i rendimenti del debito sovrano – un importante segnale di stress che è poi benzina per quel debasement trade di cui stanno parlando un po’ tutti.
La combinazione di fattori è semplice: Kevin Warsh è apparso, venerdì scorso, più aperto a eventuali aumenti dei tassi – ipotesi che almeno sul breve periodo i mercati hanno preso assai sul serio. In aggiunta, c’è una situazione poco edificante sul fronte del petrolio – con lo stallo tra Iran e USA che potrebbe, direttamente e indirettamente, spingere ancora più su l’inflazione. Una situazione ingarbugliata, con i bond vigilante che mandano però un messaggio assai chiaro: non abbiamo alcuna intenzione di stare a guardare.
I livelli più alti di rendimenti da quasi 20 anni
I rendimenti dei bond sul secondario sono un termometro semplice: indicano quanto i mercati – che poi siamo noi – vogliono essere pagati per prestare denaro agli stati. In altre parole: più si alza quel rendimento, più viene ritenuto inaffidabile e/o insostenibile il piano di raccolta fiscale e spesa pubblica.
La situazione è quella che vedete rappresentata nel grafico di cui sopra: l’indice dei rendimenti dei bond sovrani su scala globale è ai livelli del 2008, livelli ai quali erano arrivati, allora, dopo la peggiore crisi finanziaria dal 1929. Non esattamente un metro di paragone edificante.

Il Giappone ha visto i suoi bond a 10 anni toccare il 3% di rendimenti, livello che non si vedeva addirittura dal 1996.
La pressione però – ricorda Bloomberg – è in corso da tempo. Giappone, ma anche USA e Regno Unito hanno trasmesso ai mercati incertezza, sia per il deficit in aumento, sia per l’assenza di qualunque tipo di freno politico alle spese.
Sul fronte europeo, stanno pesando anche i pessimi venti che spirano da Parigi: la legge di bilancio sarà il solito calvario e per farla approvare la via più semplice è quella di concedere piccoli pezzi di spesa a un numero assai elevato di soggetti.
Fed aumenta i tassi?
C’è poi la questione Fed: i mercati hanno preso ora sul serio Kevin Warsh e i suoi toni hawkish e prezzano al 70% la possibilità di un aumento dei tassi già a settembre. Per i più cinici, insieme di cui fa parte chi vi scrive, è una proiezione un tantino esagerata. A novembre si vota e difficilmente si vorrà arrivare all’appuntamento elettorale con uno sconquasso finanziario.
Ad ogni modo le pressioni – anche politiche – per tassi più alti continuano. Scott Bessent ha inviato messaggi poco cifrati al Giappone, dicendo che gli USA si aspettano la… cosa giusta. Ovvero un aumento dei tassi a Tokyo.
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