L'oro crolla a -2,5%: la guerra fa male alla riserva per eccellenza, che paga aspettative preoccupanti su inflazione e tassi
L'oro è l'asset che paga a più caro prezzo i rialzi del petrolio, alimentati a loro volta dai venti di guerra.
08:57 • Pubblicato 28/09/2026
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Le borse globali hanno aperto con forti ribassi a causa degli sviluppi negativi riguardanti le trattative tra Iran e USA, che hanno spinto in alto i prezzi del petrolio e – parimenti – aumentato le aspettative di inflazione. In una situazione del genere, a pagare il prezzo più alto è l’oro: asset infruttifero, non è detto che continui a nutrirsi in ogni caso delle crescenti tensioni. Sulle piazze internazionali l’oro perde oltre il 2,4% e va a 4.170$ l’oncia nel momento in cui pubblichiamo questo approfondimento.
Numeri che parlano di un’enorme difficoltà nonostante ci siano altri fondamentali, vedi quelli che arrivano dalle banche centrali, che dovrebbero confermare invece un buon momento per l’asset riserva di valore per eccellenza. I mercati però – è fatto noto – spesso preferiscono sul breve le reazioni di pancia al ragionamento di medio e lungo periodo.
Il petrolio semina distruzione sui grafici
L’imputato più credibile è il petrolio. Il no di Donald Trump all’accordo con l’Iran – che lascia intendere anche la possibilità di tornare ad attacchi della massima scala – ha spinto WTI e Brent al recupero di livelli di prezzo importanti, non appena le piazze che quotano futures hanno riaperto le contrattazioni.
Il Brent è tornato intorno ai 99$ e WTI sopra i 94$, come risposta immediata all’impossibilità di procedere anche soltanto con un cessate il fuoco di breve periodo tra Teheran e Washington. Tutto questo in un turbine di dichiarazioni, di sottintesi, di lasciato intendere e poi non affermato che ha avuto, come effetto principale, quello di aumentare la tensione sui mercati, in particolare negli Stati Uniti.
La situazione generale è stata analizzata qui da Alessandro Lavarello: l’incertezza sul greggio si traduce in incertezza sull’inflazione futura, in un rafforzamento delle già importanti aspettative di aumento dei tassi a livello globale e in ultimo in una minore attrattiva da parte dell’oro, che non paga rendimenti e che soffre anche l’aumento degli yield del debito pubblico.
I fondamentali direbbero altro
Il momento di difficoltà dell’oro mal si sposa con i numeri che arrivano dalle banche centrali, che continuano ad acquistare quantità importanti, anche a causa del momento di incertezza geopolitica.

Il trend, come è noto ai lettori di Criptovaluta.it®, è animato principalmente dalla Cina, che ormai da anni ha attivato un piano di riequilibrio delle proprie riserve, muovendosi dai titoli prezzati in dollari verso, appunto, l’oro. Altre la stanno seguendo.
Un trend noto, chiaro a tutti, con numeri importanti, che però non può intervenire a salvare il salvabile di fronte a movimenti e shock di breve periodo come quello di queste ultime ore.
Bitcoin segue
Curioso anche il fatto che BTC83.121 $▼ -1,64% ormai segua le performance dell’oro, talvolta amplificandole. La maggiore correlazione tra i due asset riserva, uno fisico l’altro digitale, è stato uno dei temi più dibattuti dagli analisti nel corso delle ultime settimane.
Valgono per Bitcoin le stesse avvertenze che ci sono sull’oro: da asset infruttifero, paga in modo importante un aumento delle aspettative di inflazione e dunque di aumento dei tassi, almeno sul breve periodo.
Sul fatto che la situazione possa evolversi come da manuale – ovvero con le banche centrali che aumenteranno i tassi fino al contenimento dell’inflazione, più di qualcuno nutre dei dubbi. Con i debiti pubblici e i deficit fuori controllo, le banche centrali saranno presto chiamate a decisioni difficili: la coperta è troppo corta per accontentare tutti i mandati.
Al netto, dunque, dei movimenti di breve, almeno a livello fondamentale la situazione dell’oro rimane interessante e da seguire – a patto che si possano sostenere con il proprio portafoglio gli swing di prezzo ai quali ci ha ormai abituato da qualche tempo.
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