Il rialzo dei metalli, preziosi e industriali, i tassi interesse in calo con inflazione ancora elevata e le tensioni sul carry trade giapponese stanno modificando il quadro macro globale. In questo scenario il mercato crypto e Bitcoin in particolare, entra sempre più nel perimetro degli asset macro, diventando sensibile a liquidità e aspettative monetarie uscendo sempre più dal contesto delle dinamiche blockchain.
Metalli preziosi e crypto
Non ci focalizziamo sui movimenti di breve periodo di oro e argento che hanno mostrato una forte volatilità nelle ultime sedute. Come si può osservare dal grafico daily in allegato, l’argento ha registrato il suo movimento intraday più elevato della storia con una contrazione del 30 per cento, dopo una serie di record. La medesima situazione è successa all’oro, di cui potete vedere i due grafici allegati. I cali sono stati indotti dallevariazioni su margini da parte del CME.

Ci sono delle dinamiche nei mercati della TradFi che si ripetano nel tempo. Il forterialzo dei metalli preziosi e industriali osservato tra il 2025 e l’inizio del 2026 non è un evento isolato né puramente speculativo.
In questo gennaio 2026 si stanno registrando nuovi ATH di oro e argento, ma anche rame, platino, palladio stanno esprimendo una dinamica tipica delle fasi di transizione quando il mercato reale inizia a prezzare scenari che i dati ufficiali ancora non riflettono pienamente.

Metalli preziosi: cosa anticipano di solito?
Se osserviamo l’andamento dall’inizio 2025, spicca il rally dell’argento che segna circa un +190%, il platino +135%, il palladio +88% mentre l’oro si limita ad un +87%. Tutti in ritracciamento rispetto agli ATH registrati tre giorni fa.
Movimenti così ampi e sincronizzati indicano una ricerca di protezione dal rischio monetario e una crescente sfiducia nella stabilità del sistema macro-finanziario attuale.
Storicamente, in contesti simili, i metalli preziosi e industriali iniziano a salire prima di eventuali riaccelerazioni inflattive, segnalando che il mercato si sta surriscaldando e vede un problema.
Dr. Copper e la febbre dell’inflazione
Il rame, noto come Dr. Copper, è considerato l’unico metallo con una laurea in economia. Questo soprannome deriva dalla sua straordinaria capacità di prevedere i cicli economici globali grazie al suo impiego universale. Se il suo prezzo sale, significa che le fabbriche girano a pieno ritmo, i cantieri sono aperti e la transizione energetica sta accelerando.
Tuttavia, l’ascesa del rame porta con sé l’ombra dell‘inflazione. Essendo un costo di base per quasi ogni prodotto tecnologico o abitativo, il suo rincaro agisce come un segnale d’allarme.

Quando la materia prima costa di più, il prezzo finale dei beni di consumo aumenta inevitabilmente. Per questo motivo, osservare il suo andamento permette di anticipare la pressione sul costo della vita e le possibili mosse delle banche centrali.
Inflazione in discesa ma non risolta
Andando per ordine, riportiamo un grafico sull’inflazione statunitense mostra un quadro apparentemente rassicurante. Dopo il picco del 9,1% nel 2022, il CPI YoY è sceso progressivamente fino all’area 2,7%.

Tuttavia, questa discesa non riporta l’economia al regime pre-2020. L’inflazione resta strutturalmente più alta rispetto al decennio precedente e, soprattutto, la sua riduzione è avvenuta senza una vera distruzione della domanda.
Tassi di interesse e perdita di sincronizzazione
Il grafico sui tassi delle principali banche centrali completa il quadro. La Federal Reserve ha portato i Fed Funds tra il 3,50 e 3,75%, in calo rispetto ai massimi, mentre BCE e Bank of England seguono una traiettoria simile.
I tagli arrivano con un’inflazione ancora sopra il target del 2%, una situazione anomala dal punto di vista storico.

Questo segnala che la priorità non è più il pieno controllo dei prezzi, ma la sostenibilità del sistema finanziario e del debito. In tale contesto, i tassi reali tendono a comprimersi, creando un ambiente strutturalmente favorevole agli asset reali come i metalli preziosi.
Il nodo Giappone e il rischio carry trade
In questo scenario globale, il passaggio più delicato riguarda il Giappone. Per oltre vent’anni la Bank of Japan ha mantenuto tassi prossimi allo zero, finanziando di fatto il carry trade globale. Investitori e istituzioni hanno preso in prestito yen a basso costo per allocare capitali su asset più remunerativi in tutto il mondo.

Oggi questo equilibrio è sotto pressione. Il tasso giapponese, salito allo 0,75%, segna un cambiamento storico. Anche movimenti apparentemente modesti rischiano di avere effetti amplificati, perché un unwind del carry trade può generare tensioni su valute, obbligazioni e mercati azionari globali.
In questo scenario pesano come macigni i debiti pubblici degli Stati che sono sui loro massimi storici. Ovviamente i più pesanti sono quelli di Stati Uniti e Giappone.
Cambio di paradigmi in atto
La combinazione tra metalli in forte rialzo, inflazione non pienamente rientrata, tassi in discesa e fragilità del sistema giapponese suggerisce un cambio di regime macro.
Non stiamo parlando di uno scenario di crisi immediata, ma di crescente instabilità. In queste fasi, storicamente, gli asset reali tendono a sovraperformare, mentre i mercati finanziari diventano più vulnerabili a shock improvvisi e a errori di policy. È un contesto che richiede letture integrate e prudenza, perché i segnali anticipatori stanno diventando sempre più numerosi e coerenti tra loro. Le improvvise sterzate dei mercati non dovranno sorprendere.
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