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CROLLO Crypto: la NOSTRA teoria su cosa potrebbe aver scatenato il sell-off di Bitcoin

Ecco cosa potrebbe essere successo sulle borse di Bitcoin il 5 febbraio: questa tesi prova a spiegare tutto.

In questi giorni sta circolando una strana ipotesi su X, che sembrerebbe spiegare, almeno in parte, il motivo che ha innescato il crollo di Bitcoin e dell’intero mercato crypto durante l’ultima settimana. Tanti analisti si sono interrogati su cosa potesse aver portato ad un drawdown simile del -14% nella sessione del 5 febbraio, senza che ci fosse apparentemente un catalizzatore del movimento o una breaking news a livello macro.

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Uno degli elementi che ha destato maggiori sospetti è il fatto che, durante un sell-off così aggressivo, sugli exchange non si siano registrate grandi liquidazioni, con un ammontare complessivo nettamente inferiore rispetto ai 16,7 miliardi di dollari osservati nel fatidico 10 ottobre. Nel frattempo anche l’ETF Bitcoin di BlackRock, IBIT, ha segnato numeri pazzeschi, con oltre $10 miliardi di volume scambiato in una sola sessione, di cui però appena $175 milioni di outflow. Ecco, ora abbiamo una teoria su cosa potrebbe esserci davvero dietro questo improvviso crollo.

Crollo Bitcoin: tutto ha inizio il 10 ottobre

Partiamo da qui: sembra abbastanza chiaro, e condiviso all’unanimità dalla maggior parte degli analisti, che l’evento di deleveraging del 10 ottobre 2025 possa in qualche modo aver rotto qualche meccanismo interno ai mercati che regolano il prezzo di Bitcoin. Il grosso wipe-out di quel maledetto venerdì nero ha liquidato una mole enorme di posizioni futures, pari a $16,7 miliardi, il che potrebbe aver portato non pochi problemi a market maker, hedge fund e società di investimento esposte significativamente su Bitcoin.

Non è infatti casuale che dal 10 ottobre molte delle correlazioni tra Bitcoin ed altri benchmark dei mercati tradizionali si siano progressivamente indebolite. In particolare, mentre l’azionario statunitense ha continuato a mostrare una buona tenuta per gran parte del Q4 2025, il mercato crypto ha invece attraversato una fase di debolezza marcata, con diverse altcoin e asset ad alta beta che hanno registrato correzioni profonde.

Correlazioni Bitcoin
Correlazioni BitcoinFonte dati: Criptovaluta.it Terminal

Carry trade in Giappone: la pista macro dietro le vendite su Bitcoin

Arriviamo ora alla teoria di cui si sta discutendo a gran voce su X, e che sottolineiamo non essere la presa di chi vi sta scrivendo, né tantomeno di questo giornale. Ne parliamo solo per provare a dare un’interpretazione a quanto accaduto e ai movimenti così strani osservati negli ultimi giorni su Bitcoin.

Uno dei punti cardine di questa tesi, ancora priva di conferme concrete, è che un grande hedge fund esterno al settore crypto, verosimilmente con base a Hong Kong, abbia sfruttato negli ultimi anni i tassi particolarmente vantaggiosi dello yen giapponese per prendere in prestito capitale da impiegare nei mercati statunitensi.

Si tratta di una dinamica nota come carry trade, una strategia ben conosciuta nei mercati finanziari tradizionali, di cui anche il nostro caporedattore Gianluca Grossi vi ha parlato nelle scorse settimane, evidenziandone tra l’altro i possibili punti di rottura in uno scenario in cui la BOJ ed il suo Presidente Ueda stavano aumentando i tassi di interesse sui titoli di stato, rendendo di fatto la strategia meno conveniente rispetto al passato.

Ora colleghiamo i puntini: l’hedge fund in questione avrebbe costruito negli anni una serie di posizioni a leva finanziate tramite carry trade in yen, utilizzando anche strumenti legati a Bitcoin, tra cui IBIT. Ma durante il sell-off del 10 ottobre, questa entità verosimilmente avrebbe subito perdite significative, costringendola a iniziare una progressiva riduzione dell’esposizione e della leva nei mesi successivi.

Blow up del fondo e scarico aggressivo su IBIT: crollo dei prezzi

Secondo queste ricostruzioni, le perdite accumulate dopo il deleveraging del 10 ottobre avrebbero messo l’operatore in ginocchio, in una posizione estremamente delicata nei confronti della piattaforma su cui stava negoziando posizioni IBIT. Dovete sapere che quando parliamo di grossi fondi d’investimento, le dinamiche di liquidazioni sono differenti rispetto a quelle che troviamo nei mercati retail: in presenza di equity molto elevate spesso il broker concede un certo margine di tempo al fondo per restituire il debito o ridurre il rischio.

È proprio questo uno dei passaggi centrali della teoria circolata tra alcuni analisti. In questo lasso temporale il fondo avrebbe tentato di recuperare parte delle perdite aumentando l’esposizione su asset più speculativi, tra cui anche i metalli preziosi, che in quel momento stavano mostrando una forte forza relativa. Il tentativo però sarebbe fallito quando, pochi giorni fa, anche oro e argento hanno registrato un brusco sell-off in seguito alla nomina di Kevin Warsh come successore di Jerome Powell, evento che ha contribuito alla debolezza dei metalli.

A quel punto, arrivati il 5 febbraio,  l’hedge fund si sarebbe trovato col fiato sul collo e costretto a scaricare posizioni rilevanti su IBIT, accumulate nei mesi precedenti grazie alla liquidità proveniente dal carry trade. Le vendite avrebbero generato volumi eccezionali sull’ETF, con una parte significativa degli scambi però assorbita da altri desk istituzionali e fondi, contribuendo comunque ad alimentare una spirale di volatilità.

Premi record sulle opzioni Bitcoin IBIT: boom di volatilità

Uno dei motivi principali per cui i volumi su IBIT sono stati elevatissimi a fronte di outflow molto limitati potrebbe essere legato alla struttura del mercato delle opzioni legate allo stesso prodotto. Nella stessa giornata del sell-off, infatti, sono stati scambiati premi per $900 milioni sulle opzioni dell’ETF, segnale di un improvviso aumento della volatilità e di un forte bisogno di copertura da parte degli operatori.

Con il prezzo che iniziava a scendere rapidamente, è plausibile che molti fondi e desk istituzionali abbiano iniziato ad acquistare protezione o a chiudere posizioni rialziste aperte in precedenza. In queste fasi il mercato delle opzioni può amplificare i movimenti: i market maker che vendono le opzioni sono infatti costretti a coprirsi continuamente, vendendo o acquistando IBIT per mantenere un’esposizione neutrale. Questo processo genera un numero molto elevato di scambi, con gli acquirenti che passivamente accettano prezzi più bassi, senza che si traduca necessariamente in outflow significativi.

Non è infatti un caso se il DVOL di Bitcoin, ossia l’indice della volatilità implicita è letteralmente esploso il 5 febbraio, evento che secondo questa lettura avrebbe portato a pesanti riposizionamenti sul mercato delle opzioni IBIT.

DVOL Bitcoin
DVOL BitcoinFonte dati: https://www.deribit.com/statistics/BTC

Conclusione

In conclusione, possiamo ipotizzare che una delle possibili cause del crollo osservato nelle ultime settimane possa essere stata la liquidazione forzata di un grande fondo. Un operatore che, dopo le perdite accumulate durante il deleveraging del 10 ottobre e i tentativi falliti di recupero nei mesi successivi, si sarebbe trovato il 5 febbraio costretto a ridurre rapidamente il rischio, scaricando sul mercato posizioni rilevanti di IBIT.

Queste vendite sarebbero state in larga parte assorbite da altri desk istituzionali e da operatori con un orizzonte di investimento più lungo, spiegando così la presenza di volumi estremamente elevati a fronte di outflow relativamente contenuti. Allo stesso tempo, la combinazione tra vendite aggressive e coperture sul mercato delle opzioni avrebbe contribuito ad alimentare il drawdown osservato sul prezzo di Bitcoin.

Ovviamente parliamo solo di teorie e non esistono conferme ufficiali su questa ricostruzione. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi emergeranno verosimilmente nuovi filing SEC, che potrebbero aiutare a spiegare l’accaduto.

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