Lo staking è uno degli aspetti più importanti della macchina complessa della blockchain Ethereum, e il buon Vitalik sa che per il successo della rete nel lungo periodo è doveroso rendere il processo di stake sempre più efficiente e semplificato per attrarre depositi. Il target della Foundation non è solo il pubblico degen, ma anche una grossa fetta di aziende, fondazioni e istituzioni che detengono grandi quantità di ether o che potrebbero essere interessate ad accumularne in futuro.
Per questo motivo è in atto una sorta di test in cui la Foundation si occuperà di mettere in staking una somma pari a 72.000 ETH utilizzando una tecnologia nota come “Distributed Validator Technology” (DVT), che potrebbe appunto rendere la partecipazione al consenso estremamente più user-friendly. Vediamo meglio di cosa si tratta e come questa soluzione risulta fondamentale per espandere Ethereum ad un livello più istituzionale.
Ethereum Foundation: avviato staking di 72.000 ETH con fondi della Treasury
Non è in realtà una novità il fatto che l’Ethereum Foundation abbia deciso di impegnare 72.000 ETH di tasca propria, equivalenti a circa $148 milioni, per contribuire allo staking della rete. È una decisione già presa lo scorso 24 febbraio, con i primi lavori già in corso d’opera sulla Beacon Chain, su cui però lo stesso Vitalik Buterin ha recentemente aggiunto un dettaglio importante.
Lo stake non serve solo alla Foundation per mostrare il proprio commitment alla sicurezza dell’infrastruttura e per generare rendimento utile a sostenere gli alti costi operativi. Uno degli obiettivi prefissati dal co-fondatore è anche quello di eseguire un test tramite tecnologia DVT e mostrare al mondo esterno, soprattutto a istituzioni, DAO e grandi possessori di ether, come lo staking possa divenire un passaggio tanto semplice quanto utile a favorire la decentralizzazione.
Facciamo un passo indietro per chiarire questo punto: sappiamo che lo staking di ETH può avvenire in due modi:
1) Direttamente sul protocollo, fornendo un minimo di 32 ETH e diventando a tutti gli effetti un validatore della rete, con tutti i vantaggi e complicazioni annesse legate alla gestione.
2) Tramite una piattaforma di liquid staking, affidandosi a terzi e lasciando il compito di gestire un validator a operatori specializzati esterni, semplificando l’intero processo ma perdendo parte del controllo diretto sull’attività di validazione.
I grandi investitori che possiedono milioni di dollari in ether, o le istituzioni che provengono dal settore tradizionale, per ovvie ragioni vorrebbero operare attraverso il primo modello, senza dover affrontare tutte le complessità tecniche della configurazione di un nodo.
Come funziona la Distributed Validator Technology per lo staking?
Qui entra in gioco questa soluzione, diventata già popolare nel corso degli ultimi anni, ma ripresa solo nell’ultimo periodo da Vitalik. In pratica il DVT è una tecnologia che permette di distribuire la responsabilità del validator a più nodi indipendenti, consentendo di suddividere la chiave privata dello staker su più unità di “key shares“, e di conseguenza semplificando tutta la fase strettamente operativa.
Così facendo l’istituzione (o anche il piccolo utente) di turno può partecipare allo staking in pochi click, senza doversi preoccupare di tirare su tutta l’infrastruttura necessaria, il che normalmente richiede di configurare client di execution e consensus, oltre a gestire il validator client, le chiavi di firma e quant’altro. L’idea è banalmente quella di astrarre tali complessità, rendendo lo staking più immediato e contribuendo allo stesso tempo alla decentralizzazione dell’ecosistema.

Secondo Vitalik, il semplice pensiero che gestire tutta la parte tecnica di un nodo validatore sia un qualcosa da nerd (in realtà è più semplice di quanto sembri, ndr), è una concezione letteralmente “terribile” che va risolta al più presto. Va risolta soprattutto perché rende lo staking un processo elitario, mentre in realtà dovrebbe essere semplice, a portata di click, sicuro, indipendente, e remunerativo.
Proprio per dimostrare nella pratica come questo modello possa funzionare, la Foundation di Ethereum ha avviato un test tramite DVT, attingendo agli ether dalla propria Treasury. Intanto ha iniziato con uno stake da 2016 ETH circa 14 giorni fa, ma presto dovrebbe accelerare il processo di deposito.

La coda dello staking di Ethereum: qual è la situazione al momento?
A proposito di staking, ricordiamo come in questa precisa fase ci sia una divergenza piuttosto importante tra ETH in ingresso sulla Beacon Chain ed ETH in uscita, con un numero di depositi in attesa che è sensibilmente più grande di quello delle uscite. In particolare, vediamo 3,2 milioni di monete pronte ad entrare a far parte del consenso, contro appena 15.400 che sono in coda per uscire.
Il gap si è leggermente ridotto rispetto a metà febbraio, quando in coda per l’ingresso c’erano oltre 4 milioni di ether, ma la situazione rimane ancora parecchio sbilanciata, grazie soprattutto ad un’attività intensa da parte di DAT e grandi investitori.

Ovviamente questa condizione è tecnicamente positiva per il prezzo di ETH, in quanto rimuove temporaneamente circa $6,6 miliardi di potenziale pressione di vendita, essendo appunto capitali bloccati nella coda dello staking e quindi impossibili da vendere al mercato. Non è tuttavia un fattore così determinante in un mercato così liquido come quello di Ethereum, che conta 120 milioni di ether come circulating supply.
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