Nella giornata di ieri si è tenuta l’apertura del famoso evento “Hong Kong Web3 Festival 2026”, dove Vitalik Buterin, co-fondatore della blockchain di Ethereum, è intervenuto con un interessante speech. Si è parlato in generale della visione a lungo termine della rete, per poi ampliare il discorso su temi come l’AI, il quantum computing, i layer-2 e tanti altri aspetti tecnologici che potrebbero influenzare il percorso a 5 anni del protocollo.
Tra le varie cose, Vitalik ha nominato anche il cosiddetto Walkaway test– che in italiano traduciamo come “test dell’abbandono” – riferendosi a una condizione futura in cui Ethereum potrebbe funzionare in modo stabile anche senza il contributo attivo dei suoi sviluppatori principali. Una condizione che Bitcoin già riflette per natura, e che la seconda blockchain deve perseguire obbligatoriamente come forma di indipendenza e di successo.
Vitalik: il futuro di Ethereum parte dai dati e dai calcoli
Ad Hong Kong, Vitalik Buterin è sceso sul palco con un talk a sorpresa per ripercorrere insieme al pubblico il contesto in cui si trova Ethereum e delineare gli step fondamentali da seguire nel prossimo futuro. All’inizio Vitalik ha ricordato a tutti quelle che sono le due funzioni chiave del network, ossia la capacità di pubblicare e rendere verificabili dati in modo trasparente e ordinato, e quella di eseguire calcoli complessi in un ambiente dove regna l’auto-sovranità.
Con auto-sovranità si intende proprio la possibilità che chiunque riesca ad utilizzare il modulo tecnologico di Ethereum senza intermediari, per pubblicare liberamente qualsiasi tipo di dato sull’infrastruttura trustless. Da qui, da questi aspetti imprescindibili, Vitalik si è poi collegato alla necessità di espandere lo spazio disponibile di Ethereum e di aumentare la capacità di gestione dei dati, così da permettere maggiore scalabilità nel futuro.
La roadmap di Ethereum per i prossimi 5 anni
Questi passaggi rientrano in quella che è definita come la roadmap a 5 anni del progetto, su cui lo stesso Vitalik è in realtà tornato più volte negli ultimi mesi, sottolineando come il 2026 potrebbe essere l’anno della svolta sul fronte della scalabilità dei dati. Gli obiettivi si articolano in 3 step distinti, ognuno dei quali punta a rafforzare un aspetto specifico del protocollo.
1 – Potenziare la scalabilità a breve termine tramite i progressivi aumenti del tetto del gas limit, già raddoppiato dalle 30 milioni di unità di gas del 2025 fino alle attuali 60 milioni di unità, con l’obiettivo di aumentare ancora di più la capienza di esecuzione della rete.
2 – Avviare il rollout della tecnologia zkEVM, consentendo di eseguire calcoli complessi molto rapidamente ed arrivare potenzialmente a una scalabilità da 10M di TP/s. La zkEVM completa permetterebbe ai full node di eseguire solo una prova crittografica anziché tutte le informazioni del blocco, rendendo ogni operazione sensibilmente più leggera.
3 – Rendere Ethereum quantum-resistant, come obiettivo prefissato già da tempo dagli sviluppatori ma che richiede ora un intervento concreto per portare la rete in uno stato di sicurezza. Del termine “quantum” se ne abusa spesso in pubblico, portando il più delle volte a del FUD che tende a sovrastimare rischi immediati. In realtà, come spiegato da Antonio Sanso – ricercatore presso l’Ethereum Foundation – si sta già lavorando attivamente a delle soluzioni di sicurezza post-quantum e si è perfettamente in linea con i tempi.
I layer-2 di Ethereum devono cambiare qualcosa
Sempre in relazione alla roadmap di Ethereum, Vitalik è tornato a parlare anche dei tanti amati layer-2, ultimamente messi in secondo piano dallo sviluppo della Foundation. Le soluzioni di secondo livello, secondo quanto riportato, sono ancora fondamentali per la scalabilità complessiva dell’ecosistema, ma devono evolvere e adattarsi al nuovo modello.
La vecchia roadmap non ha più senso: oggi i layer-2 non devono limitarsi a replicare Ethereum in una versione più veloce e centralizzata, ma introdurre componenti off-chain in grado di costruire app-chain dedicate e offrire vantaggi concreti su ambiti specifici. In sostanza non devono presentarsi come copie di una chain general purpose, ma come estensioni modulari dell’ecosistema Ethereum.
Su quest’ultimo punto, attualmente manca ancora una chiara identità delle varie chain secondarie: tutte presentano più o meno le stesse DApps, con pochi elementi distintivi e un panorama che contribuisce a frammentare la presenza degli utenti. È anche per questo che tanti layer-2 hanno perso rilevanza negli ultimi anni, portando ad una fuga generale dei capitali.
Ethereum e il test dell’abbandono
Come obiettivo ultimo del percorso di Ethereum, Vitalik si è espresso facendo un paragone diretto con Bitcoin, sottolineando come il sistema debba aspirare a un livello di resilienza simile a quello della blockchain principale del mercato. Ethereum deve superare il “test dell’abbandono”, ossia arrivare ad un punto in cui sarebbe in grado di continuare a operare perfettamente anche senza l’intervento degli sviluppatori core.
Così come Bitcoin è avanzata da sola negli anni, senza essere influenzata da una direzione centrale, il network di Vitalik deve puntare a costruire lo stesso livello di indipendenza strutturale. E come si fa a diventare indipendenti e a camminare sulle proprie gambe?
Innanzitutto, bisogna poter garantire la sicurezza dei beni digitali nel lungo periodo, e costruire un sistema che metta al primo posto la resilienza e l’auto-sovranità degli individui. In sostanza non bisogna arrivare a quanto sta facendo nelle ultime ore Arbitrum, che per problemi di sicurezza è stata costretta a congelare gli asset dell’hacker di KelpDAO.
Non che Ethereum abbia mai scelto un approccio così arbitrario, nemmeno come la Foundation a stretto contatto sul fronte dello sviluppo, ma per superare il walkaway test, bisogna assicurarsi di fare un passo in più.
Questo vuol dire massimizzare il consenso sulla sicurezza e riuscire potenzialmente a resistere in caso di guasti diffusi della rete, inclusa la possibilità di vedere tanti nodi offline, senza compromettere la finalità e la sicurezza del protocollo. Parallelamente significa rendere il codice sempre più snello e semplice, così da prepararlo a qualsiasi evoluzione del futuro, esattamente come successo con Bitcoin.
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