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600 miliardi da pagare ma numeri in picchiata. OpenAI può diventare un problema di tutti

OpenAI non è in buona salute, almeno secondo i numeri che riguardano utenti e ricavi. Ora problemi per il futuro?
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OpenAI avrebbe mancato gli obiettivi interni su aumento degli utenti e dei ricavi. Lo scoop è di The Wall Street Journal e parla di una dirigenza divisa tra chi avverte la necessità di far quadrare i conti il prima possibile e chi invece vorrebbe continuare a investire e comprare datacenter e potenza di calcolo, con scarso riguardo per le casse dell’azienda. A rappresentare la divisione da un lato, quello dell’autorità, Sarah Friar (CFO del gruppo) e dall’altro Sam Altman (CEO del gruppo). I due avrebbero però smentito ogni tipo di disaccordo in un comunicato congiunto.

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I numeri non tornano: ricavi e utenti sono inferiori rispetto alle previsioni e il cash flow potrebbe non essere adeguato, dicono su WSJ, per onorare gli impegni presi anche per il futuro. Non sarebbe un grande problema per il settore azionario, se non fosse che buona parte della crescita degli ultimi anni è arrivata da aziende direttamente o indirettamente coinvolte nel boom delle LLM e delle loro spese per hardware e potenza di calcolo.

Cosa sta succedendo?

La situazione è complicata. Sam Altman, CEO di OpenAI, vorrebbe continuare a comprare potenza di calcolo ovunque questa venga offerta. D’altronde è la benzina dei suoi modelli e senza battere la concorrenza anche su questo fronte, sarà difficile affermarsi come re del comparto AI.

Dall’altro lato però ci sono i numeri: i ricavi sono inferiori alle aspettative e se non dovesse esserci un’inversione decisa, il gruppo potrebbe avere problemi a onorare contratti già sottoscritti. A farsi portavoce, secondo WSJ, delle istanze di austerità è il CFO Sarah Friar.

La divisione però è stata smentita dai due, che hanno pubblicato un breve comunicato:

Siamo completamente allineati sul comprare più potenza di calcolo possibile e stiamo lavorando a questo ogni giorno.

Un comunicato però che servirà poco a raffreddare certe discussioni infuocate tra gli investitori. OpenAI ha già 600 miliardi di dollari di spese programmate, sottoscritte e contrattualizzate per i prossimi anni, che dovranno in un modo o nell’altro essere pagate.

Sul fronte utenti, l’obiettivo ambizioso di averne almeno 1 miliardo attivi entro fine 2025 è stato mancato. E per quanto si tratti di conti segreti (OpenAI non è ancora quotata), il fatto che l’annuncio non sia mai stato dato è segnale delle difficoltà su questa metrica del gruppo guidato da Sam Altman.

Impatti anche sul mondo crypto?

Non direttamente. Tuttavia molte delle società che fanno mining Bitcoin offrono già e puntano a offrire anche in futuro supporto per il settore AI. In tante si sono indebitate (o hanno venduto i loro Bitcoin) per finanziare questo passaggio, dato che i denari che arrivano dall’AI sono più stabili e sicuri e non risentono delle oscillazioni di prezzo violente di $BTC.

Sarà stata una scelta corretta? Lo scopriremo solo vivendo, diceva una vecchia canzone.

Borse in tensione?

Il grosso delle migliori azioni del mercato sono legate al mondo AI: Nvidia che vende hardware, SK hynix che vende memorie volatili, SanDisk che vende memorie fisse, Intel che vende chip, TSMC che fa lo stesso. Le altre come Amazon, Google, Meta sono comunque legate al settore. Così come lo è Oracle (in difficoltà da tempo) e il grosso del settore tech USA.

La narrativa sta però cambiando. Oltre alle difficoltà di OpenAI in termini di numeri, ci sono quelle in termini di aura di Anthropic. Forse fare campagne (anche pubblicitarie) su quanto rapidamente le LLM avrebbero rimpiazzato gli umani non è stata una grande idea.

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