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Aiuto: le azioni OpenAI non valgono un decimo delle stime. I conti delle banche contro SoftBank

Le banche non vogliono correre rischi, almeno quando si parla di OpenAI.
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Sono i primi scricchiolii delle quotazioni incredibili attribuite alle grandi dell’intelligenza artificiale? La storia che vi raccontiamo oggi è di enorme importanza. Lo è per gli investitori, lo è per chi si appresta a partecipare a certe IPO e lo è anche per chi vuole capire certi meccanismi.

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La storia è quella di SoftBank, gigante giapponese degli investimenti, che vorrebbe tanto ottenere un prestito offrendo come collaterale le azioni OpenAI che possiede in virtù di corposi investimenti durante i diversi funding round. Un prestito che però, nonostante condizioni favorevoli rispetto alle fanta-quotazioni che girano, non sarebbe riuscita ancora a ottenere.

Era maggio, Softbank sognava 10 miliardi di dollari

La notizia ha iniziato a circolare lo scorso maggio, quando SoftBank si è messa alla ricerca di 10 miliardi di dollari in prestiti con collaterale. In breve: offri in pegno dei titoli alla banca (che in teoria varrebbero molto di più del prestito) e la banca ti offre liquidità immediata.

Il piano iniziale di SoftBank era quello di ottenere 10 miliardi di dollari offrendo come collaterale il 100% delle sue azioni OpenAI.

Dopo una ricezione tiepida – per utilizzare un eufemismo – della proposta, SoftBank l’ha ridotta del 40%, ripartendo alla ricerca di liquidità per 6 miliardi di dollari. Una situazione incresciosa, dato che almeno sulla carta le azioni OpenAI di cui è in possesso il gruppo valgono 60 miliardi di dollari. Le banche però, almeno secondo i rumors che stanno circolando in queste ultime ore, avrebbero detto no anche questa volta.

Il segnale per tutto il comparto AI?

Va fatta un po’ di matematica: secondo gli ultimi funding round OpenAI dovrebbe valere, nel suo complesso, circa 850 miliardi di dollari. È una matematica un po’ fiacca, perché si prende il prezzo al quale gli ultimi VC hanno acquistato le ultime azioni di OpenAI e lo si moltiplica per tutte le azioni del gruppo e si ottiene il numero magico.

L’altra bizzarria sta però nel comportamento delle banche. SoftBank non ha soltanto molte azioni OpenAI (per un controvalore di circa 60 miliardi di dollari, secondo il conteggio di cui sopra), ma è anche un gruppo solido, liquido e con posizioni importanti in società ben più solide e affidabili, come Intel, Symbiotic, T-Mobile, TSM, etc.

Le banche invece hanno rifiutato un prestito che sarebbe valso soltanto il 10% delle azioni di OpenAI in possesso di SoftBank. Le motivazioni ufficiali non ci sono ancora, ma il punto matematico rimane: le banche che generalmente lavorano con SoftBank ritengono la garanzia inadeguata.

Pensare che OpenAI non valga un decimo di quanto si calcola come sopra è francamente assurdo. Sul fatto però che le banche la ritengano non adeguata per un prestito del genere, e per quelle quantità, ci sarà certamente da discutere.

IPO saranno un fallimento?

Saranno i mercati a dire l’ultima. Il primo banco di prova sarà tra poco più di 24 ore con SpaceX, che pur essendo una ibrida tra spazio e AI, sarà un buon test per i mercati.

C’è sicuramente hype, ma guardare ai risultati finanziari di aziende che stanno spendendo capitali enormi per costruire datacenter è forse un po’ miope e ingeneroso. Essere contrarian va di moda – ed è forse per questo che le opinioni negative sembrano prevalenti. Diverso è mostrare il proprio book ed essere short. O come direbbero gli americani, mettere i soldi dove si mette la bocca.

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