È spuntato l’ennesimo re di Bitcoin. Una locuzione infelice, che abbiamo avuto anche noi colpa di utilizzare, anche se mai come è stato fatto, per l’ennesima volta, dalle colonne dei principali giornali italiani. L’ultimo – anche se sarebbe il caso di dire ennesimo – re del principale asset finanziario digitale, sarebbe l’ennesimo truffatore. Un truffatore che, con Bitcoin, non c’entra assolutamente nulla. Evita fuffaguru e improvvisati truffatori.
Il punto è sempre lo stesso: chiunque – e purtroppo la lista è numerosa – truffi persone spacciando inesistenti investimenti in Bitcoin ne diventa, per una certa stampa (soprattutto italiana), re. Il punto di Bitcoin però è l’esatto contrario. Bitcoin non ha re, ed è proprio per questo che piace a tanti.
Bitcoin non è una democrazia, ma neanche una monarchia
Si fa enorme difficoltà, a quanto pare, a capire come funziona Bitcoin. D’altronde siamo nati e cresciuti in una società piena di capi. C’è il CEO della banca, quello che un tempo si chiamava amministratore delegato. C’è il professore a scuola, l’allenatore a calcio, il presidente del consiglio al governo e anche il parlamento ha chi ne guida le sedute.
Inconcepibile pensare un sistema orizzontale, dove nessuno vale più degli altri e dove non si elegge nessun capo. E dove nessuno può arrogarsi il titolo di re.
Bitcoin è molto semplice, in questo senso: è un sistema aperto a tutti, dove tutti però devono rispettarne le regole, anche chi vuole definirsi re oppure viene così definito dai giornali.
Né democrazia – dunque, perché nessuno vota nulla – né monarchia, perché nessuno ha più potere degli altri per diritto divino o per discendenza.
E chi sarebbe questo nuovo “re” di Bitcoin?
Sarebbe il principale imputato di un processo che si è chiuso con la condanna a 6 anni di reclusione per riciclaggio. Una truffa ai danni di almeno 80 risparmiatori per circa 10 milioni di euro.
Il tutto gestito da un’organizzazione criminale che si era specializzata nel far sparire capitali all’estero, transitando da sedicenti paradisi fiscali, hub asiatici e banche offshore.
Il fatto rende quanto scritto da Repubblica qui ancora più comico. L’organizzazione in questione, ammesso che fosse regina di qualcosa, lo era di un sistema bancario tradizionale che è pieno di coni d’ombra, che nonostante le stringenti regole AML e KYC non riesce sempre a contrastare i criminali e che fa pagare il conto, salatissimo e imposto dalla legge, agli utenti comuni.
Niente di più lontano da Bitcoin: in questa non monarchia e non democrazia infatti le transazioni sono sotto gli occhi di tutti, anche se non possono essere sempre associate a un’identità.
Ad ogni modo, Bitcoin non si è mai proposto come sistema a uso e consumo degli inquirenti. L’altro sistema, quello utilizzato dal re di Bitcoin incoronato da Repubblica, sì. E non ci sembra che abbia granché mantenuto le sue promesse.
Neanche Satoshi Nakamoto è il re
Chiudiamo con una nota: neanche Satoshi Nakamoto, il misterioso creatore di Bitcoin, è re di nulla. Non ha poteri speciali, non li potrebbe ottenere se dovesse tornare sulla scena.
Bitcoin è governato dal consenso: chi vuole utilizza questa versione delle regole del protocollo. Chi non vuole, può andarsene altrove. E anche se ogni tanto emerge qualche personalità con un grande seguito, nessuno gli potrebbe mai mettere una corona in testa.
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più che re mi sembra un coglione dato che si è fatto beccare. Comunque ricordate che in qualsiasi parte del mondo ci troviamo, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo ci sarà sempre qualcuno che ci vorrà fregare.