Kevin Warsh, il nuovo presidente di Federal Reserve, non è ancora soddisfatto. Nonostante l’inflazione USA (CPI) abbia fatto registrare un calo importante (e più importante di quanto anticipato dagli analisti), il presidente di Fed ha ribadito, davanti al Congresso USA, di essere ancora concentrato sulla riduzione dell’inflazione e sul suo ritorno verso il target del 2%. Tuttavia c’è una sorpresa sfuggita ai più: Kevin Warsh ha ampiamente discusso l’affidabilità degli strumenti attuali per misurare l’andamento dei prezzi negli USA. E potrebbe scegliere, per il futuro, una misura che restituisce dati molto più confortanti.
Più volte, durante l’audizione di ieri, martedì 14 luglio, Kevin Warsh ha insistito sull’inadeguatezza degli attuali strumenti per calcolare l’inflazione. Ha ripetuto anche di essere entusiasta della possibilità di trovarne degli altri, offrendo un quadro di profondo rinnovamento degli strumenti che Fed utilizza per prendere decisioni. Uno di questi strumenti potrebbe essere, almeno secondo Nick Timiraos di The Wall Street Journal, la trimmed mean – ovvero un calcolo dell’inflazione che utilizza una media che esclude i casi estremi.
Un aiuto da Dallas
In realtà di trimmed mean si parla da tempo. Il calcolo standard dell’inflazione PCE (indicatore di quanto spendono effettivamente i consumatori) non sarebbe troppo veritiero, perché include anche tanto rumore, ovvero movimenti estremi che sono spesso dettati da cause esogene, che possono essere temporanei e che comunque non contribuiscono a un quadro utile per capire davvero come si stanno muovendo i prezzi.
Il trimmed mean PCE si comporta diversamente:
- Prende tutte le variazioni di prezzo registrate dal PCE;
- Le ordina dalla più negativa alla più positiva;
- Toglie il 24% più basso e il 31% più alto;
- Calcola una media ponderata.
La cosa sembra complicatissima e invece non lo è. L’obiettivo è quello di ridurre i condizionamenti di movimenti di alcune categorie che possono risentire di questioni attuali ma temporanee.
- Per ora più bassa
Federal Reserve Bank di Dallas offre già un calcolo preciso che ricorre a questa metodologia. E i risultati sono invero assai incoraggianti, perché mostrano movimenti di prezzo al rialzo assai più modesti di quelli riportati dal PCE.
Dal grafico è evidente che lo scarto, in particolare in questa fase, è ampio e che la situazione, almeno secondo quanto riportato dalla cosiddetta trimmed mean è assai più edificante. O più in breve: siamo vicini al target del 2%, anche se non ci siamo mossi granché da un anno a questa parte.
D’altronde Warsh ha fatto riferimento mentre parlava a mediane e anche a medie trimmed, segnale che forse è proprio in questa direzione che si dovrà guardare.
Nel caso, potrebbe venirne fuori un quadro molto più edificante, meno preoccupante in termini di aspettative sui rialzi dei tassi di interesse.
Ad ogni modo, dopo la lettura del CPI di ieri, i mercati ritengono ormai assai improbabile un rialzo dei tassi già durante il meeting del 29 luglio.
Per quanto riguarda invece le possibilità di vedere tassi più alti entro fine anno, nel complesso uno, due o tre aumenti valgono insieme il 79,9%. In altre parole: anche se Kevin Warsh dovesse cambiare misurino, i mercati ritengono che da qui a dicembre almeno un taglio… non ce lo toglierà nessuno.
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