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USA: tassi fermi, ma è un FOMC che litiga. È l’ultimo sotto la guida di Jerome Powell

Come da previsioni, anche questa volta tassi fermi. La palla ora passerà a Kevin Warsh, che oggi va a prendersi l'ok in Senato.
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Come ampiamente previsto dai mercati, non c’è stato alcun taglio ai tassi di interesse negli Stati Uniti. Federal Reserve ha votato compatta per lasciare i tassi invariati a 3,50%/3,75% come riferimento. Si chiude così l’era Jerome Powell, che in tanti, forse non rendendo giustizia alla complessità del personaggio, ricorderanno per la resistenza agli inviti della Casa Bianca a tagliare i tassi, in particolare da quando il principale inquilino è Donald Trump.

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Il voto di Miran, che anche questa volta ha indicato la volontà di tagliare i tassi (unico in tutto il FOMC), conferma la presenza di un’ala di fedelissimi del Presidente, che probabilmente acquisiranno maggiore coraggio (e voce in capitolo) con l’arrivo di Kevin Warsh. In tre invece mettono a verbale di essere contrari all’atteggiamento “dovish” contenuto nel comunicato.

Tassi invariati, incertezza continua

Sarà Jerome Powell più avanti nel corso della serata a spiegare in dettaglio come siano andate le cose al FOMC e quali siano state le posizioni da conciliare. La sua uscita di scena dopo questa riunione gli permetterà forse di sbilanciarsi di più, senza ripetere l’ormai trita ricerca dell’equilibrio tra occupazione e inflazione.

Il mercato del lavoro non preoccupa ancora troppo – nonostante a conti fatti di posti di lavoro nel settore privato non se ne aggiungono da un po’. L’inflazione invece preoccupa – e sarà interessante vedere se Powell sarà dello stesso avviso rispetto alla riunione precedente, a guerra appena iniziata.

Allora Jerome Powell ritenne di considerare, almeno fino a quel momento, l’inflazione dovuta all’aumento di prezzo degli energetici come momentanea e incapace di produrre effetti di medio e lungo periodo. Allo stesso tempo, Powell ricordò al mondo che nel caso di persistenza di prezzi alti, gli Stati Uniti hanno margine per aumentare la produzione interna (certamente in modo non immediato, ma è comunque possibile).

L’appuntamento sarà alle 20:30 ora italiana, quando Jerome Powell saluterà il mondo per l’ultima volta con il suo Good Afternoon. A tanti mancherà, ad altri che pur di vedere i mercati correre sull’onda dell’entusiasmo, meno.

Lascerà un’inflazione sopra il target da più di 60 mesi (certamente non tutta responsabilità sua), lascerà un FOMC spaccato e del quale è stato almeno in un paio di circostanze buon mediatore, e lascerà con l’aria di chi, come gli spartani alle Termopoli, si è opposto a forze soverchianti, spuntandola.

Sarà la storia, come sempre accade, a offrirne un giudizio definitivo. Con i presidenti delle banche centrali è raramente morbida.

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