Arriva il trading 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 dei derivati crypto al CME, la più importante borsa per futures e opzioni del mondo. L’annuncio è stato dato ieri, 6 maggio, e conferma anche l’avvio delle contrattazioni su due nuovi contratti futures, uno su AVAX di Avalanche e uno su SUI. Segnali importanti dalla finanza tradizionale, ormai sempre più esposta al trading di criptovalute.
Si parte il 29 maggio, con i mercati che rimarranno sempre aperti (come accade anche sugli exchange) e chiusure minime solo a scopo di manutenzione periodica. Un passaggio importante, che però sarà un’ulteriore gatta da pelare per gli intermediari crypto native USA, che sono già sotto pressione per l’arrivo degli ETF.
Due annunci importanti
Gli annunci contenuti nel comunicato stampa sono in realtà due. Il primo riguarda la conferma del lancio di due nuovi contratti futures, il primo su Avalanche e il secondo su SUI.
Il secondo invece riguarda la conferma dell’avvio delle contrattazioni sui futures e le opzioni a tema crypto sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno. Il lancio avverrà già il 29 maggio – e sarà interessante vedere come reagiranno i mercati a un’ulteriore espansione della più tradizionale delle venue di trading per questo tipo di prodotti finanziari.
Il CME ha già conquistato una parte rilevante degli scambi – e a seconda della giornata è la prima o seconda piazza, almeno sulle criptovalute che hanno considerevoli scambi spot anche tramite ETF (Bitcoin e Ethereum principalmente).
Il tentativo di lanciare il trading 24/7 è in realtà anche un progetto pilota per altri tipi di contratti, con collaterale in asset della finanza tradizionale.
Assalto agli exchange?
Diversi dei player che arrivano dal mondo della finanza tradizionale stanno tentando l’assalto a un mercato, quello crypto, fino a oggi dominato dagli exchange .
Soltanto ieri è arrivata la notizia del lancio del trading sulle crypto spot da parte di Morgan Stanley, con commissioni molto basse su E*Trade, piattaforma che serve già 8,6 milioni di utenti.
La questione è semplice: gli exchange più diffusi negli USA possono contare su un mercato ricco e che frutta commissioni importanti. Un mercato che dunque è e sarà anche attrattivo per operatori che non arrivano da questo mondo. In ballo ci sono miliardi di commissioni ogni anno. Saranno in grado di resistere exchange come Coinbase, che sulla loro presenza negli USA hanno puntato tutto o quasi?
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