Una recente nota di Goldman Sachs indica nell’oro l’asset che le banche centrali continueranno ad accumulare. La nota, che è stata diffusa nel fine settimana ai clienti della grande banca d’affari, parla della possibilità che gli acquisti arrivino a 60 tonnellate al mese nel 2026. Un aumento del 20% rispetto alle stime precedenti.
L’oro tornerà dunque al centro dei desideri e delle intenzioni di acquisto, in particolare da parte di banche centrali non allineate e che da tempo stanno anche scaricando bond per accumulare lingotti (come sta facendo la Cina ormai da qualche anno). L’oro è stato inoltre al centro di movimenti importanti per alcune delle banche centrali principalmente in difficoltà come quella turca.
Il dispaccio di Goldman Sachs
Mentre i mercati soffrono per il ritorno dei venti di guerra e i bond tornano a ruggire, potrebbe toccare all’oro, per quanto questo sia fondamentalmente in correlazione inversa con gli yield delle principali obbligazioni. L’analisi che vien fuori dagli specialisti di Goldman Sachs è infatti di respiro più ampio e parla più in generale di acquisti che ci si potrebbe aspettare da parte delle banche centrali.
Le vecchie proiezioni puntavano a circa 50 tonnellate al mese e sono state ora riviste a 60 tonnellate al mese, per una crescita di circa il 20% rispetto alle precedenti previsioni.
Tutto questo nonostante la guerra in Iran abbia fatto pagare uno dei prezzi più alti proprio al bene rifugio per eccellenza.
In realtà, come riporta correttamente Bloomberg, la revisione al rialzo delle previsioni di Goldman Sachs poggiano anche sui dati più recenti diffusi dal World Gold Council, che parla di acquisti durante il primo trimestre per 244 tonnellate, contro le 208 del trimestre precedente. Mentre dunque il prezzo dell’oro soffre a causa della guerra, diverse banche centrali continuano ad accumulare.
Si rifletterà sul prezzo?
Goldman Sachs punta ad almeno 5.400$ l’oncia per la fine dell’anno – in linea con diverse proiezioni di prezzo da parte di banche d’affari di un certo spessore. Una proiezione però che deve essere appunto valutata sul medio periodo, dato che sul breve e nel caso in cui la situazione a Hormuz non dovesse migliorare gli investitori potrebbero continuare a utilizzare l’oro come fonte immediata di liquidità.
Da un lato dunque pressioni ribassiste che hanno spinto l’oro in quota 4.500$, dall’altro un aumento degli acquisti medi da parte delle banche centrali. In mezzo la guerra – che probabilmente avrà l’ultima parola sulle tendenze di prezzo di un asset che ha avuto un percorso di crescita incredibile nel corso degli ultimi 2 anni.
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