Arrivano i dati del PCE dagli Stati Uniti, il più importante indicatore dell’inflazione per Federal Reserve. Non ci sono grosse sorprese: prezzi ai consumatori in aumento, ma comunque in linea con le previsioni. Nessuno scossone come era avvenuto con il PPI, nella speranza che i prezzi ai produttori non finiscano per riflettersi nelle prossime letture sull’indicatore dei consumatori.
La prima reazione dei mercati è relativamente statica. Pochi movimenti su Bitcoin e crypto, in attesa della riapertura delle borse USA, che offriranno forse un responso più deciso. Ok anche gli altri dati: le richieste di sussidi di disoccupazione sono in linea con quanto previsto. Unica nota stonata i profitti delle società, in forte flessione.
I dati e la distanza dalle previsioni
A voler guardare il bicchiere mezzo pieno, possiamo dire di averla scampata. Non si è ripetuta l’enorme distanza che avevamo visto sul PPI tra previsioni degli analisti e dato effettivo. L’inflazione ai consumatori, per quanto in forte rialzo anche rispetto alla lettura precedente, è in linea con quanto i mercati avevano già prezzato.
Dati che avrebbero potuto muovere i mercati in modo importante vengono dunque sterilizzati, che in una situazione come quella attuale di mercato è il proverbiale grasso che cola.
Nel momento in cui pubblichiamo questo aggiornamento, Bitcoin scambia sugli stessi livelli di prezzo che si avevano alle 14:30, prima della pubblicazione dei dati.
Le conferme
Ci sono comunque le prime conferme dai numeri: l’inflazione è trainata in larga parte, ma non solo, dall’aumento del costo dell’energia anche negli Stati Uniti, conseguenza diretta del conflitto in Iran e della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Per ora, per quanto sia osservato speciale da parte di Federal Reserve, il mercato del lavoro sembra tenere, senza che i sussidi di disoccupazione lancino, per il momento, allarmi.
In questa situazione tagli da escludere
È lapalissiano, ma vale la pena ripeterlo. In questa situazione – con l’inflazione headline PCE che punta verso il 4% – anche soltanto pensare tagli ai tassi è eccessivo. La palla è nel campo dei falchi, che hanno già anticipato – in diverse uscite pubbliche – di essere pronti al rialzo dei tassi se la situazione dell’inflazione non dovesse rientrare.
Per il resto, come d’altronde fa Federal Reserve, ci sarà da rimanere alla finestra, in attesa di buone nuove da Hormuz. Anche in caso di accordo imminente però, ci vorrà del tempo prima di tornare alla normalità. Fonti vicine a chi sta conducendo le trattative hanno parlato di un periodo di almeno 30 giorni, successivamente al raggiungimento dell’accordo.
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