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Europa mercato unico

Il mercato unico europeo dei capitali è solo un sogno. Intanto però pagheranno i crypto investitori

Mercato unico dei capitali? Ci sono resistenze. Intanto però il conto lo pagheremo sempre noi.
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C’è un fatto curioso da aggiungere alle grandi manovre finanziarie e sui mercati dell’Unione Europea. Mentre si predica il raggiungimento di un mercato unitario dei capitali, mentre si vuole spingere verso investimenti “produttivi” (colpendo le crypto), in realtà si è ancora in alto mare su questioni assai di base. Sul tema è intervenuto recentemente anche il CEO di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, che ha parlato di sovranismo che ostacolerebbe la nascita di un mercato dei capitali davvero europeo.

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La sensazione – ci scuserete il cinismo – è che i grandi programmi si siano risolti, ancora una volta, in istituzioni europee deboli con i forti (le autorità nazionali) e forti con i deboli (certe tipologie di investitori). Ne uscirà – a meno di clamorosi capovolgimenti di fronte – il solito Frankenstein con più tasse, trattamenti non equi di categorie altrimenti simili di investitori e un mercato frazionato e pertanto inutile.

Il mercato unico dei capitali

L’Europa si interroga da tempo sul nanismo finanziario che non permetterebbe il finanziamento adeguato di unicorni, startup, nuove società da spedire prima in borsa poi alle stelle. Si interroga anche sul crescente gap in termini di capitalizzazione con altri mercati (USA e presto altri). E la risposta che ci si è dati a Bruxelles (non senza del merito) è che avere quasi 30 mercati, con 30 borse, con 30 autorità di vigilanza, 30 parlamenti, trenta trenta trenta e trenta… non può funzionare.

Il tentativo sarebbe quello di coordinarsi a livello europeo – ed è questo uno dei motivi che dovrebbe spingere verso maggiori poteri in mano a ESMA (la “Consob europea”), all’interno di un più ampio programma di accentramento – che vorrebbe dire anche superamento di certi interessi particolari.

Non è l’unica misura che dovrebbe aiutarci ad avere un mercato unico dei capitali. Si dovrebbe fare anche tanto altro – compreso il togliere di mezzo ogni resistenza quando una banca italiana vuole comprarne una tedesca, e viceversa. Il caso Commerzbank dovrebbe aiutare anche i meno brillanti a capire che non siamo neanche vicini alla destinazione.

Sul tema – collateralmente – è intervenuto anche Carlo Messina, Intesa, che ha parlato di resistenze sovraniste al cammino verso un mercato dei capitali maggiormente integrato.

Le borse vanno male? Una spintarella…

Questo tema si incrocia con un altro pallino dei ministeri delle finanze di mezza Europa, quello di spingere gli investitori a uscire da certi comparti per riversarsi in borsa.

È anche alla luce di questo che devono essere intesi certi balzelli aggiuntivi, certe tassazioni di sfavore (vedi Italia) sulle criptovalute. Un tema sul quale l’UE vorrebbe rincarare la dose aggiungendo un balzello ulteriore dello 0,1% su ogni transazione.

Ma mentre parlamenti e regolatori resistono al futuro fatto di investimenti in mercati dei capitali unici (e possibilmente sull’azionario), perché dovremmo essere ancora una volta noi a pagare per tutti?

Senza santi in paradiso – se non quelli di Malta – il settore in Europa dovrà fare buon viso a cattivo gioco, cercare di dribblare tanti nemici e in ultimo evitare di diventare, per l’ennesima volta, il capro espiatorio di tutto ciò che non funziona.

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