Era il timore di tutti: l’arrivo di giganti dell’alta finanza avrebbe cambiato per sempre Bitcoin. Hanno, in fin dei conti, i soldi per fare una guerra. E la sicurezza e lo sviluppo di Bitcoin dipende da un manipolo di sviluppatori, su base volontaria, che non guadagnano granché e che dunque sarebbero suscettibili alle sirene dei milioni che Larry Fink e compagnia possono mettere sul tavolo. Ora che è nato il Consorzio per la Sicurezza di Bitcoin, l’incubo di tanti bitcoiner si è finalmente materializzato. Ma è qualcosa di reale, o è la solita paranoia di chi, ormai isolato dalla società, vede nemici ovunque?
Partiamo dal principio: è nato un consorzio che, oltre a Strategy e Blockstream (entrambe con il bollino di amiche del popolo) vede la partecipazione di BlackRock, Fidelity, ARK (di Cathie Wood), Block (di Jack Dorsey), Coinbase (apriti cielo), Anchorage, Galaxy. In totale sono 9 aziende, che metteranno sul tavolo 15 milioni di dollari. Verranno “amministrati” da Brink, no profit che da tempo si preoccupa di raccogliere denaro per sostenere gli sviluppatori di Bitcoin.
Ok, si stanno davvero comprando Bitcoin?
15 milioni di dollari sono tanti, soprattutto quando entriamo nel magico mondo degli sviluppatori che tengono in piedi Bitcoin. Unsung heroes, come direbbero gli americani, ovvero degli eroi ai quali nessun bardo ha mai dedicato una canzone per celebrarne le gesta.
La questione di come e quanto pagare chi tiene in piedi un network che vale, in termini di capitalizzazione, 1.290 miliardi di dollari, non è esattamente nuova. Servono specialisti, possibilmente allineati filosoficamente alla truppa dei bitcoiner, devono essere bravi e devono accontentarsi di uno stipendio di zero dollari, pur avendo competenze che in Silicon Valley o altrove nel mondo comanderebbero stipendi molto importanti.
Seconda questione: esiste un buon numero di imprese che guadagna cifre enormi dall’esistenza di Bitcoin. BlackRock, che carica commissioni dello 0,25% sul suo ETF, a fine anno staccherà per se stessa commissioni per 122 milioni di dollari. Fidelity una quarantina di milioni. ARK, che gestisce ARKB insieme a 21Shares, circa 4,2 milioni di dollari.
Soltanto questi tre giri di affari da soli giustificherebbero l’ingresso dei tre gestori di fondi nel mondo dello sviluppo Bitcoin. Se salta Bitcoin saltano queste enormi commissioni. Tanto vale spenderne un po’ per pagare gli sviluppatori.
- Benissimo, ma cosa succede se i tre spingono per modifiche che non piacciono… al quarto stato dei Bitcoiner?
Questa domanda nasce da un enorme equivoco. Gli sviluppatori Bitcoin, pur essendo molto rispettati all’interno della community degli appassionati, non hanno alcun potere di imporre modifiche. O meglio, possono proporle ma non è detto che gli utenti le accettino. Possono proporre che si possano ricevere Bitcoin soltanto i giorni dispari, oppure che per ottenere un wallet serva un documento, o qualunque altra bizzarria. Chi usa Bitcoin può ignorare tali proposte, e nel caso, lasciarli andare per la loro strada.
Nel grosso dei casi ne verrebbe fuori un fork – ovvero una separazione della blockchain con chi segue le proposte di BlackRock da una parte e il quarto stato dei poveracci dall’altra. Non sarebbe il primo fork di Bitcoin, probabilmente non sarebbe l’ultimo. Difficile valutare però quale dei due Bitcoin emergenti diventerà il più rilevante economicamente.
Oltre la paranoia: a BlackRock non interessa nulla di Bitcoin
E non interessa nulla di cambiarlo. Ci perdonerà Larry Fink se lo descriveremo come un avaro e un ignavo al tempo stesso, ma ciò che interessa BlackRock è quanto abbiamo riportato sopra: tutelare i suoi 122 milioni annui di commissioni. E possibilmente aumentarli.
Quelle commissioni si possono mantenere, o aumentare, soltanto se Bitcoin è credibile agli occhi del mondo. Il modo migliore per renderlo credibile è mettere il proprio nome (che è, ci dispiace per i detrattori, affidabile e riconosciuto) davanti a certe iniziative.
Dato che con il BIP 110 l’immagine dei Bitcoiner che si è data al mondo avrebbe probabilmente fatto pentire il buon Basaglia, forse l’arrivo di qualche suit, di qualche incravattato a rimettere ordine, non è il peggiore degli universi possibili.
Tutto questo ammesso che oltre l’impegno economico ce ne sia uno anche gestionale. Chi vi scrive – e rimarrà scritto qui a imperitura memoria – ritiene che a BlackRock non possa fregare di meno di modificare Bitcoin. Dato che però dal 10 ottobre a oggi ha perso circa la metà delle commissioni che avrebbe incamerato, meglio organizzarsi per avere una risposta pronta quando qualche buontempone chiederà di nuovo: “E il quantum?” Con buona pace delle paranoie di certi Bitcoiner.
Criptovaluta.it® Ultime Notizie Bitcoin e Crypto News | Criptovalute Oggi

