Secondo uno scoop di The Wall Street Journal diverse tra le più grandi banche degli Stati Uniti sono pronte a collaborare per lanciare depositi tokenizzati. Un’alternativa alle stablecoin con riserva maggiormente gradita da parte dei gruppi bancari e che permetterebbe di mantenere il vantaggio in termini di accesso alla liquidità della clientela. Il progetto sarebbe pronto a partire il prossimo anno.
Il sistema di depositi tokenizzati, sempre secondo quanto riporta WSJ, verrebbe integrato in The Clearing House, che è co-gestita da JPMorgan, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo. La soluzione è anche gradita dalla politica fuori dagli USA. In particolare nell’area euro e nel Regno Unito ci sono pressioni importanti affinché questa via sia percorsa anche dagli istituti bancari locali.
Si parte nel 2027
L’obiettivo delle banche coinvolte sarebbe quello di avere il lancio entro la prima metà del 2027. I tempi sono d’altronde stretti. Le stablecoin stanno crescendo su ritmi importanti negli Stati Uniti e una volta arrivati i regolamenti attuativi del GENIUS Act, potrebbero ricevere ulteriore spinta.
Una soluzione, quella delle stablecoin, che alle banche piace poco. Rischiano di perdere depositi, con gli exchange che almeno in parte potrebbero sopperire alle necessità di banking dei retail.
Il tema è così sentito da essere diventato principale terreno di scontro tra banche private e governo USA, in particolare per quanto riguarda la possibilità di offrire, tramite stablecoin, rendimenti ai clienti da parte degli exchange. Un’ipotesi che il mondo delle banche percepisce come fumo negli occhi.
Ora arriva l’alternativa: le banche potrebbero tokenizzare depositi, con i gettoni virtuali che rappresenterebbero appunto depositi presso i loro istituti. Cambierebbe, per la clientela, la modalità di utilizzo, ma dal lato delle banche si riuscirebbe a conservare quell’enorme flusso di denaro a costo quasi zero che permette loro di portare a casa importanti profitti.
In realtà JPMorgan è già attiva nel settore con JPM Coin, che rappresenta appunto depositi all’interno dell’istituto e che viene già utilizzato per il settlement degli scambi sulla sua blockchain privata.
Non è detto che le banche non emettano comunque stablecoin
The Wall Street Journal – l’approfondimento completo è qui – afferma che le banche potrebbero comunque valutare l’emissione di stablecoin in futuro, nel caso in cui dovesse esserci ancora una forte domanda.
In Europa invece le cose vanno piuttosto diversamente: 37 diversi istituti sono consorziati in Qivalis, che durante la seconda metà del 2026 dovrebbe già emettere la sua stablecoin legata all’euro. Questo nonostante importanti resistenze che arrivano principalmente dalla Banca Centrale Europea.
Le differenze con le stablecoin classiche
Rispetto alle stablecoin classiche, i depositi tokenizzati non custodiscono riserve 1:1, ma rappresentano un deposito presso uno degli istituti che partecipano alla tokenizzazione. Rispetto alle stablecoin hanno dunque una struttura diversa e potranno avere una circolazione limitata in DeFi, anche per questioni relative all’identificazione degli utenti.
La necessità di muoversi da parte delle banche arriva dal GENIUS Act, che una volta completato dai regolamenti attuativi, diventerà pienamente operativo negli Stati Uniti, permettendo alle società che emettono stablecoin di operare in un contesto più regolamentato.
Vale inoltre la pena di ricordare che RLUSD di Ripple potrà contare sull’integrazione in Ripple Prime e in altri servizi finanziari che sono legati appunto alla medesima proprietà.
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